L’imputato, naturopata, è accusato di omicidio volontario, aggravato dell’aver profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima e dai motivi abietti, nei confronti della donna deceduta per tumore alla mammella al IV stadio (Cassazione penale, sez. I, sentenza n. 26951/2020 del 28 settembre 2020)

La donna si rivolgeva all’imputato, a seguito della diagnosi di sospetto tumore alla mammella di natura maligna, che prescriveva, assicurando un reale effetto terapeutico, terapia a base di diete, e applicazione di terre, fanghi e decotti naturali e l’aveva distolta dal seguire le terapie oncologiche, ciò sino al settembre 2005 quando la signora a causa dell’aggravamento delle sue condizioni, veniva sottoposta alle terapie convenzionali.

La Corte di Assise di Parma, qualificato il fatto ai sensi dell’art. 586 c.p., dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato per essere il reato estinto per prescrizione.

In data 5 novembre 2003, a seguito di controlli effettuati presso il day hospital oncologico di San Secondo Parmense venivano riscontrate “nodulazioni dure diffuse ai quadranti superiori, più accentuati a sinistra, modicamente dolenti alla palpazione” e veniva formulata diagnosi di mastopatia fibrocistica, con prescrizione di successivi controlli.

Nell’agosto 2004 la donna si sottoponeva a nuovo controllo mammografico, che confermava il sospetto di tumore, e il medico senologo indicava la necessità di asportazione chirurgica, con prognosi fausta trattandosi di massa inferiore a due centimetri. Nel corso della visita, la paziente, accompagnata da un’amica, manifestava al Medico l’intenzione di seguire una terapia alternativa.

Analoga decisione la donna manifestava sia al marito che al Medico curante, entrambi informati della diagnosi.

Iniziava a seguire le prescrizioni del naturopata relative a dieta e applicazioni di fanghi e decotti naturali sul sito corporeo interessato, con controlli ogni tre/quattro settimane.

Nell’autunno 2004 la donna veniva visitata dal nuovo Medico di base che confermava la presenza di nodulo mammario e le indicava la necessità di seguire terapie specifiche.

La donna decideva di scegliere nuovo Medico di base, al quale riferiva di avere ingrossamento di linfonodi ascellari, tacendo la diagnosi oncologica.

Il Naturopata, cui la donna aveva segnalato l’ingrossamento del nodulo mammario, esprimeva una valutazione positiva sul decorso del trattamento, nonostante un decadimento delle condizioni fisiche generali della paziente.

Nel settembre 2005 la donna, le cui condizioni continuavano a peggiorare, veniva visitata, su iniziativa del marito, dal sostituto del Medico di base che chiamava l’ambulanza e disponeva l’immediato ricovero presso l’unità operativa di oncologia medica.

All’esito di esame clinico e della TAC veniva formulata diagnosi di tumore alla mammella al IV stadio con metastasi diffuse a distanza (anche epatiche e linfonodali)”.

Sino al gennaio 2006, venivano eseguiti sei cicli di chemioterapia, conseguendo un miglioramento delle condizioni generali.

I successivi esami, però, evidenziavano una progressione della malattia, cui seguì nel mese di giugno 2006, un peggioramento delle condizioni generali che rese necessari ulteriori ricoveri nei mesi di luglio ed agosto, sino al decesso.

Veniva eseguita CTU Medico-Legale la quale concludeva nel senso che le terapie previste dal protocollo medico (asportazione chirurgica e chemioterapia), se messe in atto sin dall’agosto 2004 quando la massa tumorale era di due centimetri, avrebbero conseguito, con giudizio di certezza, la guarigione.

Per contro, il ritardo terapeutico, determinava nel periodo tra l’agosto 2004 e il settembre 2005, l’ingrossamento del nodulo mammario a 13 centimetri, infiltrazione del tumore nei linfonodi e nel torace, sino alla regione pubica, e quindi l’insorgere di una condizione patologica ad esito infausto, rispetto alla quale la chemioterapia poteva avere valenza solo palliativa.

Nel luglio 2006 veniva disposta perizia psichiatrica sulla donna, ai fini della prospettata imputazione ai sensi dell’art. 643 c.p., svolta solo sulla base delle testimonianze e della documentazione medica, essendo intervenuto il decesso prima della visita del perito.

Il Perito escludeva la ricorrenza di infermità o deficienza psichica, indicando che la donna aveva rifiutato le cure mediche tradizionali, preferendo seguire una terapia alternativa prescritta dal naturopata, entrambi testimoni di Geova.

Tali conclusioni venivano condivise dal Consulente della difesa, ma contestate da quello della parte civile che sosteneva che la donna, traumatizzata dalla diagnosi oncologica, era divenuta psicologicamente dipendente dal naturopata che le aveva assicurato la prospettiva di guarigione.

La Corte di Assise riteneva attendibili le dichiarazioni rese dalla persona offesa, in quanto lineari, coerenti e confermate da plurimi riscontri.

Il primo Giudice ha ritenuto che la morte della donna veniva causata dal ritardo con cui era stata intrapresa la terapia oncologica e dalla dieta, sbilanciata, seguita nei mesi precedenti il ricovero ospedaliero e, tali circostanze riconducibili alla condotta dell’imputato che indicava la alternativa terapia naturale.

Veniva, pertanto, riscontrata la sussistenza di nesso causale tra l’indicazione della terapia naturale da parte del naturopata e la scelta della donna di rifiutare la terapia medica “tradizionale”.

La Corte d’Assise ha evidenziato che l’imputato non era Medico, nè aveva cognizioni scientifiche, e che non era “in grado di comprendere il significato da attribuire ai sintomi riportati dalla donna”.

Riguardo la debolezza psicologica della donna e alla eventuale sua suggestionabilità la Corte osservava che “non vi è alcuna certezza sul fatto che la vittima fosse debole psichicamente, suggestionabile o succube ed anzi deve propendersi per la tesi opposta, dato che la donna aveva continuato a vivere in famiglia e a frequentare persone che, invece, la consigliavano di affidarsi alla medicina tradizionale”.

In conclusione, il primo Giudice, riteneva che l’imputato non si fosse rappresentato l’evento morte come conseguenza del rifiuto delle terapie tradizionali, ma anche che egli non fosse in grado di rappresentarsi che tale scelta non terapeutica fosse determinata dall’affidamento in lui riposto dalla vittima.

La sua condotta veniva qualificata come esercizio abusivo della professione medica, avendo egli visitato una donna affetta da tumore e avendo formulato una diagnosi e prescritto una terapia, compiendo così prestazioni riservate a soggetti in possesso di titolo professionale che egli non aveva.

La Corte di Assise qualificava l’evento ai sensi dell’art. 586 c.p., ovvero morte o lesioni come conseguenza di altro delitto e dichiarava di non doversi procedere per essere il fatto, così qualificato, estinto per prescrizione.

Il Procuratore della Repubblica e il marito della donna proponevano appello.

Con sentenza del 12 settembre 2018 la Corte di Assise di Appello di Bologna confermava la sentenza di primo grado.

Il secondo Giudice riteneva che la donna, non affetta da deficienza psichica nè suggestionabile, nè circonvenibile, decideva di non seguire le indicazioni di asportazione chirurgica e chemioterapia e di affidarsi, invece, ad una terapia naturale.

Il Giudice d’Appello riteneva poco probabile che l’imputato, privo di titoli e di competenze mediche, potesse aver compreso sia la documentazione medica consegnatagli dalla donna – nella quale vi era, all’esito di un primo esame, diagnosi di “addensamento ghiandolare QSI sx a contorni frangiati e contenente microcalcificazioni” e, all’esito di ecografia, di “addensamento ipoecogeno irregolare di circa 2″ e, all’esito dell’agoaspirato la diagnosi citologica sospetta per ” c.t.m. ” – sia la diagnosi finale di carcinoma tumore maligno con necessità di asportazione chirurgica e chemio/radio terapia, sia l’aggravamento della condizione patologica nel corso dei mesi successivi.

Il Perito aveva osservato che a seguito della diagnosi oncologica la donna era rimasta turbata, con alterazione del tono dell’umore in senso depressivo, ma senza alcuna compromissione della sfera cognitiva.

La Corte di Appello ha escluso che la donna fosse facilmente suggestionabile, come desumibile dal fatto che non cedeva ai consigli del marito e di numerosi amici e colleghi, rimanendo ferma nel rifiuto dell’approccio terapeutico tradizionale.

La vicenda approda in Cassazione, ove il ricorso viene considerato infondato.

Il secondo Giudice ha espresso perplessità in relazione a punti della decisione che nessuna delle parti aveva impugnato, e che sono poi rimasti estranei alla decisione.

Infatti, è stato dapprima affermato di condividere pienamente la decisione di primo grado confermando l’accertamento in ordine alla consapevolezza, in capo all’imputato, della diagnosi oncologica, senza osservare nulla sulla rilevanza causale del ritardo con cui la persona offesa era ricorsa alle terapie mediche.

Ne discende che le perplessità -rilevate dal secondo Giudice- risultano irrilevanti nella struttura della giustificazione della decisione che riguarda il punto relativo alla sussistenza del dolo in omicidio volontario.

In altri termini, le sentenze di merito hanno condiviso il giudizio secondo il quale si era trattato di una relazione terapeutica con riferimento alla patologia oncologica, atteso che, da una parte, la donna aveva rappresentato tale condizione patologica che l’aveva indotta a rivolgersi al naturopata e, dall’altra, quest’ultimo le aveva indicato rimedi naturali come specifico presidio terapeutico.

Le censure motivazionali, dunque, derivano dall’espressione “dubbi e perplessità” del secondo Giudice, che però non ha affermato la non credibilità della teste.

Inoltre, il secondo Giudice ha condiviso l’accertamento che la persona offesa, in occasione della prima visita, avesse consegnato al naturopata il referto con la diagnosi oncologica, ma ha ritenuto poco probabile che l’imputato avesse compreso la gravità della patologia diagnosticata e la necessità della terapia chirurgica e farmacologica.

I motivi di ricorso, dunque, riguardano la motivazione relativa a punti della decisione che non erano stati oggetto di appello e che la sentenza impugnata ha deciso in termini conformi alla sentenza di primo grado.

Riguardo l’elemento soggettivo del reato, gli Ermellini osservano che la norma di riferimento ha caratterizzato l’elemento soggettivo del reato ancorato all’elemento della volontà del fatto-reato: “secondo l’intenzione… oltre l’intenzione… contro l’intenzione”.

Inoltre, le Sezioni Unite (sentenza n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn) hanno individuato il discrimine tra le due figure – accomunate dalla rappresentazione, da parte dell’agente, della significativa possibilità di verificazione dell’evento concreto che integra il reato (come conseguenza causale diretta della propria condotta) e nella concomitante determinazione alla condotta – nella adesione soggettiva, in capo al soggetto attivo, all’evento, così che esso risulti in concreto per l’agente un “prezzo da pagare” pur di conseguire il fine dell’azione.

Dunque, mentre nella colpa cosciente il soggetto ha previsto l’evento, come conseguenza della condotta, ma ha agito nella convinzione del suo non verificarsi, dato che se fosse stato certo del verificarsi non avrebbe agito, nel dolo eventuale ha previsto l’evento ed ha agito anche a costo di cagionare l’evento.

Le due sentenze di merito hanno escluso la sussistenza del dolo di omicidio in quanto l’imputato, pur a conoscenza della diagnosi oncologica, non era in grado, per assenza di cognizioni mediche, di rendersi conto della gravità della diagnosi iniziale, nè del processo di aggravamento della patologia e quindi del carattere necessario ed indifferibile delle terapie mediche, e non era consapevole della completa adesione della donna alle sue indicazioni.

Per tali ragioni, la Suprema Corte respinge entrambi i ricorsi e condanna la parte civile al pagamento delle spese processuali.

Avv. Emanuela Foligno

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