In materia di usucapione, la rinuncia al possesso non può essere presunta ma deve risultare da una univoca manifestazione di volontà abdicativa, sicché la semplice astensione dall’esercizio del possesso non è sufficiente a determinarne la perdita

La vicenda

L’attrice dichiarava di aver convissuto con il coniuge fino al 1977, quando quest’ultimo decideva di abbandonare definitivamente l’immobile di sua proprietà per andare a convivere con un’altra donna. Nel 2006 l’immobile veniva venduta a un terzo; fino ad allora, la donna aveva continuato a vivere in quella casa, provvedendo anche ai lavori di manutenzione e di ristrutturazione e maturando, in tal modo l’acquisto del bene per usucapione.

Il coniuge nel frattempo moriva e la donna con atto di citazione dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata, conveniva il terzo acquirente al fine di sentir dichiarare l’inefficacia della compravendita per aver ella acquisito l’immobile mediante usucapione.

Il giudice di primo grado accoglieva la domanda dell’attrice, dichiarando quindi, l’inefficacia dell’atto di compravendita.  

La corte d’appello ribaltava l’esito del giudizio, rigettando la domanda di usucapione e accogliendo, per converso, quella di rivendica proposta dall’acquirente del predetto immobile, condannando l’attrice al rilascio immediato dello stesso.

Ed invero, per i giudici della corte di merito l’unico fatto dimostrato in giudizio, e cioè l’abbandono del domicilio coniugale da parte del coniuge della ricorrente, non era sufficiente per inferire la sua volontà di dismettere il possesso, nè per escludere che egli potesse in qualunque momento ripristinarne l’esercizio; e ciò in quanto “la rinuncia al possesso non può essere presunta ma deve risultare da una univoca manifestazione di volontà abdicativa, sicché la semplice astensione dall’esercizio del possesso non è sufficiente a determinarne la perdita potendo il possesso essere conservato solo animo“.

Il giudizio di legittimità

La Seconda Sezione Civile della Cassazione (ordinanza n. 27411/2019) ha confermato la pronuncia della corte d’appello, poiché conforme ai principi ripetutamente affermati in sede di legittimità, vale a dire che “la presunzione del possesso in colui che esercita un potere di fatto non opera, a norma dell’art. 1141 c.c., quando la relazione con il bene non consegua ad un atto volontario di apprensione ma derivi, come nella specie, da un iniziale atto o fatto del proprietario-possessore, perché, in tal caso, l’attività del soggetto che dispone della cosa, configurabile come semplice detenzione o precario, non corrisponde all’esercizio di un diritto reale, non essendo svolta in opposizione al proprietario: in tal caso, la detenzione non qualificata di un bene immobile può mutare in possesso solamente all’esito di un atto d’interversione idoneo ad escludere che il persistente godimento sia fondato sul consenso, sia pure implicito, del proprietario concedente” (Cass. n. 5551 del 2005; Cass. n. 14593 del 2011; Cass. n. 21690 del 2014).

Il solo fatto della convivenza, in effetti, non pone di per sé in essere, nelle persone che convivono con chi possiede il bene, un potere sulla cosa che possa essere configurato come possesso sulla medesima (Cass. n. 1745 del 2002; Cass. n. 21023 del 2016 in motiv.) ovvero come una sorta di compossesso (Cass. n. 8047 del 2001).

L’interversione nel possesso

L’interversione nel possesso, peraltro, non può aver luogo mediante un semplice atto di volizione interna ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore dalla quale sia consentito desumere che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui e abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio, con correlata sostituzione al precedente “animus detinendi” dell’”animus rem sibi habendi“: tale manifestazione (che può avvenire anche attraverso il compimento di sole attività materiali, ove manifestino in modo inequivocabile e riconoscibile dall’avente diritto l’intenzione del detentore di esercitare il potere sulla cosa esclusivamente nomine proprio, vantando per sé il diritto corrispondente al possesso in contrapposizione con quello del titolare della cosa: Cass. n. 27584 del 2013; Cass. n. 5419 del 2011; Cass. n. 1296 del 2010) dev’essere rivolta specificamente contro il possessore, in maniera che questi sia posto in grado di rendersi conto dell’avvenuto mutamento e, quindi, tradursi in atti ai quali possa riconoscersi il carattere di una concreta opposizione all’esercizio del possesso da parte sua (Cass. n. 26327 del 2016).

Di tali atti, non vi era stata alcuna dimostrazione da parte della ricorrente.

Ed inoltre, la Cassazione ha rilevato che non è compito dei giudici di legittimità, quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata, nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito.

Per tutte queste ragioni la sentenza di merito è stata confermata e la ricorrente condannata a rimborsare alla controparte le spese di lite.

La redazione giuridica

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