L’abuso di relazioni di prestazioni d’opera, è configurabile in presenza di rapporti giuridici che comportino un obbligo di “facere”: nel caso in esame l’imputato è stato condannato per appropriazione indebita aggravata dal fatto di aver trattenuto somme di spettanza degli altri soci

La vicenda

La Corte d’appello di Trento aveva confermato la dichiarazione di penale responsabilità dell’imputato in ordine ad una fattispecie di appropriazione indebita dei depositi cauzionali ricevuti in contanti dai clienti della società, in nome e per conto della quale egli agiva, in qualità di socio.

Per la cassazione della sentenza, l’imputato ha proposto ricorso, lamentando la mancata assunzione di una prova decisiva e il vizio di motivazione in relazione all’elemento soggettivo e oggettivo del reato. Ed, invero, la società era gestita in maniera disgiunta da parte dei soci; non vi era un conto unico degli acquisiti, delle entrate, dei finanziamenti e delle vendite; ma tutto era gestito in maniera del tutto autonoma e separata, comprese le somme rispettivamente percepite.

Doveva pertanto, – a detta della difesa– ritenersi, al più sussistente un inadempimento avente rilevanza civilistica, senza alcun rilievo sul piano penale.

Ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Nella ricostruzione dei giudici di merito, era emerso che al momento dello scioglimento della società nel cui interesse agiva l’imputato, questi non avesse conferito le somme ricevute in nome e per conto della stessa, così sottraendole al computo delle spettanze che avrebbero dovuto essere ripartite tra i soci.

Ed invero, nel corso del giudizio, l’imputato non aveva mai contestato l’elemento materiale della apprensione delle somme, né il fatto che avesse omesso di consegnarle alla società.

La Seconda Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 43592/2019) ha perciò confermato la pronuncia di merito, ritenendola non soltanto conforme ai principi di diritto, ma anche fondata su motivazione specifica, congrua e logica.

Confermata anche l’aggravante di cui all’art. 61, comma 11 c.p..

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha già chiarito che la circostanza aggravante dell’abuso di relazioni di prestazioni d’opera, è configurabile in presenza di rapporti giuridici che comportino, come nel caso in esame, un vero e proprio obbligo – e non una mera facoltà di “facere”, non rilevando la sussistenza di un vincolo di subordinazione o di dipendenza, o di un rapporto diretto e formale intercorrente tra l’autore del fatto e la persona offesa, ma essendo sufficiente che il soggetto agente abbia, come nel caso di specie, tratto illecito vantaggio da un rapporto d’opera abusando della posizione che ne derivava (Sez. Seconda n, 25912/2018).

La redazione giuridica

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