La domanda relativa all’assegnazione della casa coniugale può essere avanzata unicamente in caso di presenza di figli minorenni o maggiorenni ma non economicamente autosufficienti al fine di garantire loro una continuità di vita nel medesimo ambiente

La richiesta di assegnazione della casa coniugale

La ricorrente aveva esposto di aver contratto matrimonio nel 2009; dall’unione col marito non erano nati figli. La sua vita coniugale era stata un vero e proprio inferno a causa del carattere aggressivo, prepotente e litigioso del coniuge che, nel corso del matrimonio, l’aveva maltrattata, minacciata, ingiuriata e continuamente tradita. L’uomo era dipendente di una società di trasporti; ella invece era inoccupata ed impossibilitata ad esercitare attività lavorativa a causa delle sue precarie condizioni di salute. Tanto premesso, la donna aveva agito dinanzi al Tribunale di Salerno perché pronunciasse la separazione personale con addebito a carico del marito e l’obbligo per quest’ultimo di versarle un assegno di mantenimento mensile di 400,00 euro oltre, alla assegnazione della casa coniugale.

Il Tribunale di Salerno ha accolto la domanda di separazione (Prima Sezione, sentenza n. 908/2020). Dalle risultanze di causa era emersa un’insanabile situazione di contrasto tra i due coniugi che aveva reso non più tollerabile la loro convivenza; entrambi avevano manifestato indifferenza e totale disinteresse ad una riconciliazione e all’eventuale prosecuzione della loro vita insieme con il conseguente venire meno di ogni forma di comunione materiale e spirituale.

L’addebito della separazione

Per costante giurisprudenza, l’indagine sull’addebitabilità della separazione ad uno dei coniugi non può derivare semplicemente dalla valutazione di singoli episodi della vita coniugale, ma deve scaturire da un globale e rigoroso accertamento delle reciproche condotte.

Inoltre, – ha ricordato l’adito giudice campano – “la pronuncia di addebito postula non soltanto il riscontro di un comportamento contrario ai doveri che l’art.143 cc pone a carico dei coniugi, ma anche l’accertamento che a tale comportamento sia causalmente collegabile la situazione di intollerabilità della prosecuzione della convivenza, restando irrilevante la condotta successiva al verificarsi di tale situazione. Ne consegue che deve essere pronunciata la separazione senza addebito allorchè non sia stata raggiunta la prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno o da entrambi i coniugi abbia concretamente causato il fallimento della convivenza”.

Più in particolare, si è detto che le violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro, costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare di per sé, in quanto cause determinati l’intollerabilità della convivenza, la dichiarazione di addebito a carico dell’autore delle stesse, tanto da esonerare il Giudice di effettuare quella comparazione tra i comportamenti tenuti da entrambi i coniugi, trattandosi di atti di estrema gravità non certo omogenei rispetto ad altri e ciò anche se concretatesi in un singolo episodio di percosse (Cass. 22689/2017).

Ebbene, nella vicenda in esame, le condotte poste in essere dal marito nei confronti della moglie erano state gravissime e grandemente offensive, sia a livello fisico che morale.

Tali circostanze erano state confermate dalle dichiarazioni testimoniali, in particolare da quelle della madre della ricorrente, la quale aveva riferito che tali episodi di violenza erano cominciati già prima del matrimonio: “Non ha mai avuto un atteggiamento tranquillo nei confronti di mia figlia e si è sempre rivolto a lei con epiteti e ingiurie. (…) – aveva dichiarato – “Spesso e volentieri vedevo mia figlia tumefatta sulle braccia, sul collo e persino sul viso”.

Per queste ragioni il Tribunale di Salerno (Prima Sezione, sentenza n. 908/2020) ha pronunciato l’addebito della separazione a carico del marito.

Non è stata, invece, accolta l’istanza di risarcimento del danno endofamiliare conseguente all’addebito della separazione, in quanto inammissibile.

Come è noto, non può coesistere la trattazione cumulata di cause sottoposte a riti diversi. Di recente, la giurisprudenza del Tribunale di Milano (Tribunale di Milano, Sez. IX civ., 20 marzo 2019, n. 3862; Tribunale di Milano, Sez. LX civ., 11 marzo 2017, n. 3318) ha affermato che “è inammissibile la domanda proposta nel procedimento di separazione personale, volta a ottenere: il risarcimento del danno non patrimoniale o patrimoniale; la divisione di beni; la restituzione di somme o denaro; etc.”

Invero, l’art. 40 c.p.c. stabilisce la possibilità del cumulo nello stesso processo di domande connesse soggette a riti diversi solo in presenza di ipotesi qualificate di connessione. E, al riguardo, il comma 3 della richiamata norma disciplina la trattazione congiunta nei casi previsti dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 e prevede la trattazione con rito ordinario, salva l’applicazione del rito speciale in caso di controversia di lavoro o previdenziale.

È pertanto esclusa la proposizione di domande connesse soggettivamente ai sensi dell’art. 33 o ai sensi degli artt. 103 e 104 c.p.c. e soggette a riti diversi; ed è di conseguenza esclusa la possibilità di un simultaneus processus nell’ambito dell’azione di separazione – soggetta al rito speciale – con quella di scioglimento della comunione, restituzione di beni, pagamento di somme o risarcimento del danno – soggetta al rito ordinario, trattandosi di domande non legate dal vincolo della connessione, ma del tutto autonome e distinte dalla domanda principale (Tribunale di Milano, Sez. IX civ., 10 febbraio 2019, n. 1767).

Ma anche la domanda di assegnazione della casa coniugale avanzata dalla ricorrente è stata rigettata.

Tale richiesta – ha affermato il Tribunale di Salerno – “può essere avanzata unicamente in caso di presenza di figli minorenni o maggiorenni ma non economicamente autosufficienti al fine di garantire loro una continuità di vita nel medesimo ambiente e, dunque, al fine di evitare ulteriori traumi oltre a quello conseguente alla disgregazione del nucleo familiare”.

Nel caso di specie, dall’unione coniugale non erano nati figli e, pertanto, non sussistevano i presupposti per l’accoglimento della domanda.

È stata invece, accolta l’istanza relativa all’assegno di mantenimento a carico dell’ex coniuge, che il giudice di primo grado ha determinato nella somma di 300 euro mensili.

Come è stato più volte affermato, in materia di separazione, il tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio rimane uno degli elementi da prendere in considerazione per la quantificazione dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge separato.

Criteri per la quantificazione dell’assegno di mantenimento

Benché, infatti, la separazione determini normalmente la cessazione di una serie di benefici e consuetudini di vita, “il tenore di vita goduto in costanza della convivenza va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, tenendo quindi conto di tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività, di capacità di spesa, di garanzie di elevato benessere e di fondate aspettative per il futuro. Inoltre, al fine della determinazione del “quantum” dell’assegno di mantenimento, la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede necessariamente l’accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi” ( Cass. n. 12196/2017; così anche Cass., 22 febbraio 2008, n. 4540; Cass., 7 dicembre 2007, n. 25618; Cass., 12 giugno 2006, n. 13592; Cass., 19 marzo 2002, n. 3974).

Avv. Sabrina Caporale

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