Negato il ristoro del danno subito da un uomo a causa della caduta su un cordolo ben visibile

Aveva agito in giudizio nei confronti di un Comune del napoletano al fine di vedersi riconoscere il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della caduta su un cordolo di cemento destinato a delimitare un contenitore di rifiuti.

La pretesa era stata respinta sia in primo grado che in appello, ma gli eredi dell’uomo si erano rivolti alla Cassazione  deducendo che la Corte di merito avrebbe erroneamente escluso la sussistenza di un obbligo di custodia in capo al Comune, non considerando che l’eventuale colpa del danneggiato avrebbe potuto essere al più valutata in termini di concorso di colpa ai sensi dell’art. 1227, primo comma, del codice civile. I ricorrenti contestavano inoltre la sentenza per aver erroneamente ritenuto che il sinistro fosse da ricondurre a colpa esclusiva della vittima.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 24416/2020, ha ritenuto inammissibile le doglianze proposte.

Dal Palazzaccio hanno chiarito che,  in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione. Ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

Nel caso in esame  la Corte d’appello aveva fatto buon governo di tali principi. La sentenza impugnata, infatti, con un accertamento congruamente motivato e privo di vizi logici e di contraddizioni, aveva deciso la causa facendo applicazione del c.d. principio della ragione più liquida. Per cui, dopo aver ricordato che l’incidente era avvenuto in pieno giorno e che il cordolo, per colore, dimensioni e funzione era perfettamente visibile, aveva concluso nel senso che la caduta fosse da ricondurre in via esclusiva al comportamento disattento del danneggiato, e tanto indipendentemente da ogni valutazione sulla applicazione o meno dell’art. 2051 del codice civile.

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