Carcinoma polmonare del vigile del fuoco (Cassazione civile, sez. lav., 12/10/2022, n.29819).

Carcinoma polmonare di origine lavorativa del vigile del fuoco.

La Corte di Appello di Genova, in riforma di sentenza del tribunale di Massa, ha dichiarato che il vigile del fuoco – affetto da carcinoma polmonare per il quale era stata riconosciuta la causa di servizio e deceduto – era da considerare vittima del dovere, ed ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare al figlio ed alla moglie del lavoratore i benefici per le vittime del dovere.

In particolare, la Corte di Appello ha ritenuto che le condizioni particolari ambientali od operative richieste dalla disciplina per le vittime del dovere potessero riferirsi anche allo svolgimento di attività ordinarie del tipico lavoro del vigile del fuoco.

I Giudici d’Appello, nel valutare autonomamente le conclusioni della CTU di primo grado (che aveva escluso l’esposizione rilevante ad amianto) sulla scorta dei documenti versati in atti, hanno ritenuto la patologia contratta a causa delle particolari condizioni ambientali (in particolare, esposizione al fumo passivo ed a vapori e fumi, che avevano ridotto le difese immunitarie del lavoratore).

Avverso tale sentenza ricorre il Ministero per tre motivi.

IN sintesi, il Ministero contesta mancata valutazione della CTU, che ha riscontrato l’esposizione al fumo passivo e vapori o fumi, ma ha negato l’esposizione rilevante ad amianto; assenza del nesso causale tra il servizio prestato come vigile del fuoco e le patologie riscontrate; dell’assenza di nesso causale tra il servizio prestato e le patologie riscontrate, violazione della L. 2005 per avere la Corte trascurato che per i benefici in questione occorre una peculiare esposizione diversa dalle condizioni ordinarie che rilevano per la causa di servizio.

Su quest’ultima censura gli Ermellini osservano che in appello è stato accertato in fatto che il vigile del fuoco deceduto a seguito di carcinoma polmonare, è stato esposto all’inalazione di fibre di amianto (da cui erano composti i guanti e le tute di lavoro DPI) saltuariamente ed in misura inferiore alla soglia e per sei anni; è stato esposto a fumi di varia natura durante frequenti interventi per operazioni di soccorso senza uso di aspiratori; è stato esposto al fumo passivo di sigaretta.

La Corte  di appello, quindi, evidenziati tali profili, ha precisato che “proprio in considerazione delle particolari situazioni stressanti in cui il vigile del fuoco era stato sottoposto a causa dello specifico tipo di servizio svolto sia in sede, sia durante le operazioni di soccorso per grandi calamità naturali cui ha partecipato nel tempo,… l’usura psicofisica derivante da un simile lavoro abbia contribuito ad un abbassamento delle difese immunitarie in modo tale da essere ancor più vulnerabile all’attacco di tutti i predetti agenti morbigeni”, sicché “appare altamente probabile che la patologia oncologica sia stata contratta a causa delle particolari e nocive condizioni ambientali ed operative in cui è stato costretto ad operare”.

Ebbene “ perché si possa avere una vittima del dovere che abbia contratto una infermità in qualunque tipo di servizio non basta che ci sia la semplice dipendenza da causa di servizio, altrimenti tutti gli invalidi per servizio sarebbero anche vittime del dovere. Occorre che la dipendenza da causa di servizio sia legata al concetto di “particolari condizioni”, che è un concetto aggiuntivo e specifico. Bisogna, dunque, identificare, caso per caso, nelle circostanze concrete alla base di quanto accaduto all’invalido per servizio che ambisca ad essere riconosciuto vittima del dovere, un elemento che comporti l’esistenza od il sopravvenire di un fattore di rischio maggiore rispetto alla normalità di quel particolare compito.”

Passato al vaglio tutto il contesto giurisprudenziale, sino alla più recente ord. n. 823 del 19/1/21,  la Suprema Corte ritiene che “ se la disciplina consente un allargamento della tutela in presenza di condizioni di lavoro in situazione di illegittimità che ledano il diritto alla salute e causano malattie professionali, deve sempre individuarsi un netto discrimine tra lo svolgimento ordinario del servizio e le particolari condizioni ambientali od operative legate a circostanze straordinarie che generano un rischio superiore a quello proprio dei compiti di istituto”.

Ragionando in tal senso, affinché possa ritenersi che una vittima del dovere abbia contratto una infermità in qualunque tipo di servizio non è sufficiente la semplice dipendenza da causa di servizio, occorrendo che questa sia legata a particolari condizioni ambientali od operative implicanti l’esistenza, o anche il sopravvenire, di circostanze straordinarie o di fatti di servizio che hanno esposto il dipendente a maggiori rischi o fatiche, in rapporto alle ordinarie condizioni di svolgimento dei compiti di istituto, sicché è necessario identificare, caso per caso, nelle circostanze concrete alla base di quanto accaduto all’invalido per servizio, un elemento che comporti l’esistenza od il sopravvenire di un fattore di rischio maggiore rispetto alla normalità di quel particolare compito.

Ciò posto, risulta accertato che il Vigile del Fuoco era stato esposto all’amianto in misura largamente inferiore alle soglie di legge, sebbene fosse stato esposto ai fumi degli incendi che era chiamato a fronteggiare per ragioni di servizio ed al fumo passivo di sigarette in ambiente di lavoro. L’esposizione alle sostanze nocive è avvenuta nel corso del normale espletamento dell’attività di vigile del fuoco, di talchè si può discorrere di una occasionale insalubrità dell’ambiente di lavoro, che non integra la particolarità delle condizioni lavorative rilevanti per il beneficio in questione.

Ne deriva l’accoglimento del terzo motivo di ricorso, assorbiti il primo e il secondo.

Avv. Emanuela Foligno

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