La prova dell’effettuazione della emotrasfusione, che non risulta dalla cartella clinica e viene fornita dai testi, non è decisiva in relazione alle risultanze della documentazione sanitaria (Cassazione Civile, sentenza n. 29766 del 29/12/2020)

La Corte d’Appello di Roma, rigettava l’appello proposto dalla paziente nei confronti della Regione Lazio e del Ministero della Salute, avverso la sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Viterbo. Il Giudice di primo grado rigettava la domanda di accertamento di sottoposizione ad emotrasfusione, in occasione dell’intervento chirurgico subito e per l’effetto ad ottenere la condanna della Regione Lazio al pagamento dell’indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 1, commi 1 e 3, in relazione all’epatite HCV contratta a seguito dell’emotrasfusione.

La Corte d’Appello affermava la legittimazione passiva del solo Ministero ed escludeva la fondatezza della domanda in quanto, anche in ragione delle risultanze della CTU, mancava la prova del nesso di causalità materiale tra l’infezione contratta e l’emotrasfusione, della quale non vi era traccia nella cartella clinica.

La vicenda approda in Cassazione ove la paziente lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo inerente la deposizione testimoniale del marito che dichiarava avvenuta l’effettuazione delle emotrasfusioni.

Lamenta, inoltre, che la Corte d’Appello, nel disporre il rinnovo della CTU, assegnava al Consulente lo stesso quesito formulato nel primo grado di giudizio dopo l’esperimento della prova testimoniale del marito, e cioè accertare il nesso esistente tra l’intervento chirurgico, l’emotrasfusione e il contagio.

E dunque, il CTU avrebbe dovuto effettuare un nuovo esame della documentazione sanitaria, alla luce della esperita prova testimoniale, dall’elaborato depositato, invece, risultava il mancato esame della documentazione alla luce della testimonianza suddetta.

Il marito, in sede testimoniale, dichiarava che la moglie veniva sottoposta a trasfusione con sacche di sangue, e che quando rientrava dalla sala operatoria aveva una sacca attaccata e che in totale alla donna venivano fatte tre trasfusioni. Il teste, inoltre, affermava che oltre alla sacca che la moglie aveva attaccata quando rientrava dalla sala operatoria, ve ne erano altre tre sul tavolo.

Inoltre, la Corte territoriale non considerava che venivano fatte le prove di interreazione tra i campioni di sangue della paziente e i flaconi del Centro trasfusionale e che, essendosi verificata una incolpevole perdita della prova documentale (cartella clinica e scheda trasfusionale), l’avvenuta trasfusione poteva essere provata con qualsiasi mezzo.

Gli Ermellini ritengono i motivi di ricorso inammissibili e osservano che il vizio di motivazione rileva solo quando l’anomalia si tramuta in violazione della legge costituzionale, “in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.”

“Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella ‘motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”, sicchè quest’ultima non può essere ritenuta mancante o carente solo perchè non si è dato conto di tutte le risultanze istruttorie e di tutti gli argomenti sviluppati dalla parte a sostegno della propria tesi.”

La Corte territoriale, nella disamina della CTU, ha dato atto delle osservazioni della paziente riguardanti la prova testimoniale rispetto al vaglio della documentazione sanitaria, e ha affermato che il Consulente puntualmente precisava che dalla cartella clinica relativa al ricovero ospedaliero risultava solo la interreazione tra il sangue della paziente e alcuni flaconi ematici, mentre non risultava eseguita alcuna emotrasfusione.

Mancavano, quindi, elementi probatori a conferma delle emotrasfusioni e all’effettivo contatto della paziente con la fonte del contagio dal virus dell’epatite C.

Pertanto, la mancanza della documentazione prospettata, ovvero segnatamente le presunte sacche di sangue trasfuse, in assenza di una adeguata contestazione di tale statuizione, va riferita alla sorte dei flaconi oggetto delle prove di interreazione, rispetto ai quali, tuttavia, mancando l’annotazione dell’effettuazione di trasfusioni nella cartella clinica, manca il necessario presupposto presuntivo di una somministrazione alla paziente.

Al riguardo ricorda il Collegio che in tema di responsabilità per danno causato da attività pericolosa da emotrasfusione, la prova, che deve essere fornita dal danneggiato, del nesso causale tra la specifica trasfusione ed il contagio da virus HCV, può essere fornita anche con il ricorso alle presunzioni, in difetto di predisposizione (o anche solo di produzione in giudizio), da parte della struttura sanitaria, della documentazione obbligatoria sulla tracciabilità del sangue trasfuso al singolo paziente, e ciò in applicazione del criterio della vicinanza della prova.

Pacifico ciò, tuttavia, bisogna fornire la prova anche presuntiva dell’effettuazione della trasfusione, circostanza che non risulta dalla cartella clinica, e rispetto alla quale il contenuto della prova per testi è stato ritenuto dalla Corte d’Appello non decisivo in relazione alle risultanze della documentazione sanitaria.

Il diritto all’indennizzo ex L. 210/1992 si concretizza quando l’interessato prova l’effettuazione della terapia trasfusionale, il verificarsi dei danni e il nesso causale da valutarsi secondo un criterio di ragionevole probabilità scientifica (in tal senso Cass. 27471/2017).

Ne consegue che la Corte territoriale ha correttamente condiviso le conclusioni del CTU, riconoscendole frutto di rigoroso accertamento logico-scientifico, coerenti con i risultati delle indagini svolte, sorrette da corretta motivazione ed immuni da vizi logici.

Per contro, una nuova valutazione delle complessive risultanze istruttorie e documentali rispetto a quella effettuata dalla Corte d’Appello, è inammissibile in sede di legittimità.

In conclusione il ricorso viene dichiarato inammissibile e la donna viene condannata al pagamento delle spese di lite.

Avv. Emanuela Foligno

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