Solo il danno catastrofale “da attesa consapevole della morte” può aggiungersi – ove sussistano gli elementi – al danno biologico; mentre il danno terminale appartiene già a tale categoria di danno

La vicenda

La Corte d’appello di Roma aveva parzialmente accolto l’appello principale proposto dal Ministero della Salute conto la decisione del Tribunale di Roma, che l’aveva condannato a risarcire i danni patiti dai familiari (coniuge e figli) di un uomo deceduto a causa di epatite cronica HCV contratta a seguito di emotrasfusione di sangue infetto; tali danni erano stati liquidati “jure successionis” nella somma di 410.489,35 euro e “jure proprio” in 239.736,00 euro per ciascuno degli eredi.

La corte d’appello capitolina aveva ritenuto fondata l’eccezione di prescrizione del diritto relativo ai danni “jure successionis” in quanto la condotta causativa del danno alla salute procurato alla vittima ”durante la vita” era sussumibile nella fattispecie del reato di lesioni colpose – soggetto a prescrizione quinquennale. Nel caso di specie il relativo diritto al risarcimento del danno si era estinto nell’anno 1984, atteso che la conoscenza della patologia e della sua correlazione causale alla emotrasfusione di sangue, risaliva al novembre del 1979.

La corte territoriale aveva inoltre, rigettato i motivi di gravame incidentale presentati dai familiari della vittima, volti ad ottenere il ristoro del:

  •  danno patrimoniale emergente (spese funerarie, spese di trasporto e viaggio per visite e degenze, spese di registrazione dei provvedimenti giudiziari di condanna) per mancanza di prove non surrogabili dal criterio di liquidazione equitativa del danno;
  • danno patrimoniale da lucro cessante (individuato nella perdita reddituale da invalidità lavorativa specifica e perdita di emolumenti pensionistici che il de cuius avrebbe percepito dalla data della morte fino all’età media di 75 anni; nella rinuncia della consorte, costretta alla assistenza del coniuge a possibili impegni remunerativi e nella rinuncia dei figli alle prospettive consentite dalla prosecuzione degli studi), da un lato non essendo configurabile alcuna perdita inerente il patrimonio del de cuius dopo il decesso e dall’altro essendo state del tutto generiche le allegazioni prodotte dalle parti;
  • danno non patrimoniale cosiddetto tanatologico o catastrofale subito dal de cuius e chiesto iure hereditatis dai familiari, non essendo stato quest’ultimo consapevole dell’approssimarsi del decesso, in quanto già in coma;
  • danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale in misura maggiore rispetto a quello riconosciuto dal giudice di primo grado.

La vicenda è giunta in cassazione. A detta dei familiari della vittima la sentenza impugnata era errata nella parte in cui i giudici di merito avevano ritenuto che ai fini del riconoscimento del “danno biologico terminale” fosse necessaria “la lucida e consapevole attesa della morte” da parte del soggetto leso, dovendosi piuttosto distinguere tra danno terminale e danno catastrofale, laddove solo per quest’ultimo avrebbe dovuto ritenersi necessaria la consapevolezza da parte della vittima dell’approssimarsi della morte, mentre nel primo caso si sarebbe in presenza di un “danno biologico da invalidità temporanea totale” per la sussistenza del quale è richiesto solo l’elemento cronologico della durata della vita del soggetto.

Il giudizio di legittimità

Il motivo è stato dichiarato inammissibile. La Terza Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 29492/2019) ha confermato la pronuncia della corte territoriale perché coerente e conforme al dato normativo e giurisprudenziale. Ed infatti, “solo il danno (catastrofale) da disperata attesa dell’approssimarsi ineluttabile della morte può aggiungersi – ove sussistano gli elementi dello stato di coscienza e dell’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso – al danno biologico fisico o psichico (che nel caso di specie era stato già liquidato dal giudice di primo grado) che presuppone l’accertamento medico-legale del grado di invalidità temporanea e/o permanente, rispettivamente “per il periodo corrispondente alla guarigione della malattia” e per il periodo successivo correlato alla residua aspettativa di vita del soggetto”.

Sotto diverso aspetto il Supremo Collegio si è posto il problema di stabilire se il danno terminale presenti delle peculiari specificità all’interno della categoria – alla quale appartiene – del danno biologico, tale da giustificare una ulteriore tutela risarcitoria.

Ebbene, il danno terminale, proprio perché fenomenologicamente riconducibile a uno stato di “malattia” correlato ad una apprezzabile durata della inabilità biologica del soggetto leso–tendenzialmente assoluta –, verrebbe a replicare la nozione di danno biologico da “inabilità temporanea”, non assumendo rilievo, sul piano giuridico, la peculiare natura della lesione dell’esito della malattia, in quanto “ab origine” irrimediabilmente destinata ad estinguere lo stesso soggetto.

Danno biologico e danno catastrofale

I giudici della Suprema Corte hanno pertanto, stabilito che “ferma restando la risarcibilità del danno biologico nelle sue componenti della invalidità temporanea e permanente, parametrate rispettivamente al periodo della malattia ed alla residua durata della vita del soggetto pregiudicato nelle sue capacità relazionali e nella realizzazione dei suoi interessi (risarcibilità che include anche il danno biologico terminale), occorre, da esso, tenere distinto il danno non patrimoniale c.d. catastrofale (da attesa consapevole della morte) che può aggiungersi alla presupposta invalidità biologica, collocandosi su un piano distinto dalle conseguenze valutabili secondo criteri medico-legali della lesione della salute. Deve infatti, ricondursi nella nozione di “danno morale” il senso della disperazione per la inevitabilità di “exitus” ormai prossimo, il sentimento di tragica ineluttabilità del fine-vita che richiede – a differenza del danno biologico – il presupposto della consapevole condizione soggettiva, dovendo tale sentimento essere necessariamente avvertito dalla persona fisica per potersi configurare come ulteriore danno-conseguenza risarcibile”.

Ebbene, la corte territoriale aveva fatto corretta applicazione di tali principi, ritenendo, nel caso di specie, inesistente un autonomo evento lesivo letale rispetto a quello lesivo della salute (contrazione del virus) e avendo coerentemente dichiarando estinto il relativo diritto risarcitorio azionato jure proprio per intervenuta prescrizione.

Avv. Sabrina Caporale

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