In caso di concorso del fatto umano, la preesistenza della malattia in capo al danneggiato è irrilevante in virtù del principio dell’equivalenza causale

In tema di risarcimento del danno alla salute, la preesistenza della malattia in capo al danneggiato costituisce una concausa naturale dell’evento di danno ed il concorso del fatto umano la rende irrilevante in virtù del precetto dell’equivalenza causale dettato dall’art. 41 c.p., sicché di essa non dovrà tenersi conto nella determinazione del grado di invalidità permanente e nella liquidazione del danno.

Può costituire concausa dell’evento di danno anche la preesistente menomazione, coesistente e/o concorrente, rispetto al maggior danno causato dall’illecito, assumendo rilievo sul piano della causalità giuridica ai sensi dell’art. 1223 c.c.

Nello specifico la preesistente menomazione “coesistente” è, solitamente, irrilevante rispetto ai postumi dell’illecito apprezzati secondo un criterio controfattuale (vale a dire stabilendo cosa sarebbe accaduto se l’illecito non si fosse verificato), di conseguenza anche di essa non dovrà tenersi conto nella determinazione del grado di invalidità permanente e nella liquidazione del danno.

Viceversa, secondo lo stesso ragionamento, quella “concorrente” assume rilievo in quanto gli effetti invalidanti sono meno gravi, se isolata, e più gravi, se associata ad altra menomazione (anche se afferente ad organo diverso), allora di essa dovrà tenersi conto ai fini della sola liquidazione del risarcimento del danno e non anche della determinazione del grado percentuale di invalidità che va determinato comunque in base alla complessiva invalidità riscontrata in concreto, senza innalzamenti o riduzioni.

In sintesi queste le affermazione svolte dalla Corte d’Appello di Napoli (sez. VIII, sentenza n. 2543 del 10 luglio 2020).

La vicenda trae origine dal giudizio svoltosi dinanzi il Tribunale di Napoli tra gli eredi del paziente danneggiato, poi deceduto, e l’Azienda Ospedaliera.

Il paziente, soggetto cardiopatico ischemico con pregresso intervento di tiroidectomia, affetto da ipertrofia prostatica e da ipercolesterolemia,  veniva ricoverato per fenomeni di sanguinamento dalla bocca.

Nel corso degli accertamenti per l’individuazione dell’emorragia il paziente veniva sottoposto all’esame videobroncoscopico con intubazione per via orale, ma durante l’esame si manifestava una importante emorragia che richiedeva un esame di arteriografia bronchiale urgente.

Durante la procedura di embolizzazione di arteria bronchiale il paziente presentava una emottisi violenta con grave insufficienza respiratoria tanto da rendere necessaria l’intubazione ed il trasferimento in rianimazione.

Successivamente al paziente veniva rilevata una tetraplagia e nei giorni successivi veniva praticato un esame RM del tratto cervicale con m.d.c. e di quello dorsale con e senza m.d.c. che rilevava: “estesa alterazione di segnale di quasi tutta la corda midollare con massima evidenza nel tratto cervicale ed interessamento della giunzione bulbo midollare e tratto distale del bulbo compatibile con esteso infarto associato edema vasogeno. Il canale vertebrale e di ampiezza normale nel tratto esaminato e non sono apprezzabili definite compressioni sulle strutture neuro – meningee in esso contenute”.

I familiari del paziente eccepivano, difatti, l’esistenza del nesso di causalità tra l’intervenuta tetraplegia e la procedura di embolizzazione.

Il Tribunale di Napoli dichiarava la responsabilità della Struttura Ospedaliera e la condannava al pagamento di euro 450.000,00 in favore di ciascun attore.

L’Azienda Ospedaliera propone appello eccependo l’errato accertamento del nesso eziologico e l’errata liquidazione del danno morale jure proprio.

Secondo l’Azienda Ospedaliera dalla CTU,  contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale,  emerge l’accertamento del nesso eziologico tra la grave lesione midollare riportata dal paziente e la procedura di embolizzazione dell’arteria bronchiale destra, ma in nessun caso viene rilevata la correlazione, in termini di causalità, tra l’operato dei sanitari e la morte del paziente.

Tale motivo di doglianza è fondato.

La Corte preliminarmente evidenzia che la causalità civile, secondo l’indirizzo di legittimità, è duplice: esiste una causalità che precede ed una che segue il fatto illecito. La prima è la causalità materiale o causalità fondativa, la seconda è la causalità giuridica. Senza la prima non c’è illecito, senza la seconda non c’è il danno: una che ne manchi, nessuna obbligazione risarcitoria potrà mai sorgere.

Dopo approfondita disamina sulla differenza tra causalità civile e penale e del concetto consolidato “del più probabile che non”, la Corte evidenzia che in tema di danno alla salute, “delle concause non si deve tenere conto quando si deve accertare il nesso tra condotta illecita e lesioni (causalità materiale), ma se ne deve tenere conto quando si deve accertare il nesso tra lesioni e postumi permanenti (causalità giuridica)”.

Ciò esposto, il CTU, quanto alle cause della patologia neurologica insorta, ha affermato “con attendibilità” che “la grave lesione midollare riportata dal paziente fu diretta conseguenza della procedura di embolizzazione dell’arteria bronchiale destra cui egli fu sottoposto.

Quanto, invece, alla etiologia del decesso il CTU, se da un lato, ha precisato che ” non risultano documentate le cause dell’exitus in quanto non si dispone della cartella clinica relativa a tale ultimo ricovero”, dall’altro lato, ha ritenuto “con qualificata probabilità” che in ragione del complessivo iter clinico insorto dopo la procedura di embolizzazione fino al marzo del 2020 il decesso sopravvenne per complicanze cardio – respiratorie connesse con il lungo allettamento e la patologia neurologica sviluppata a seguito dell’infarto encefalico e midollare.

Secondo la Corte, l’elaborato del CTU – convincente e ben motivato- dimostrava il nesso di collegamento causale tra l’operato dei sanitari, in particolare tra la procedura di embolizzazione del circolo bronchiale ed il successivo exitus del paziente.

Il CTU, inoltre, non ha evidenziato altre potenziali cause rintracciabili della lesione midollare e del successivo aggravamento neurologico del paziente, né tantomeno l’azienda ospedaliera ha dedotto l’esistenza di ulteriori e diversi possibili fattori patogeni causativi del decesso, limitandosi a contestarne il collegamento eziologico con l’operatori dei sanitari, in via del tutto generica e ripetendo gli argomenti difensivi già esposti nel corso del primo grado.

In definitiva, ad avviso della Corte, deve ragionevolmente ritenersi “con qualificata probabilità” ovvero facendo applicazione del principio causalistico della preponderanza dell’evidenza che governa l’accertamento del nesso di causalità in ambito civile, che la morte del Si. sopravvenne “per complicanze cardiorespiratorie connesse con il lungo allettamento e la patologia neurologica sviluppata a seguito dell’infarto encefalico e midollare”.

Viene dunque riconfermata sul punto la decisione di primo grado e l’appello viene integralmente rigettato.

Avv. Emanuela Foligno

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