Nessuna condotta negligente è da addebitare all’attività dei medici all’interno dello studio dentistico (accusati di errato intervento di protesi dentaria) che hanno agito con la dovuta professionalità e perizia senza cagionare alcun pregiudizio alla funzione masticatoria della paziente (Tribunale di Reggio Calabria, Sez. I, Sentenza n. 1560/2021 pubbl. il 09/12/2021 RG n. 2836/2016-Repert. n. 1974/2021)

La paziente cita a giudizio lo Studio Dentistico per sentirlo condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza della condotta negligente e imperita tenuta dai due Odontoiatri in occasione dell’intervento di protesi dentaria di routine cui era stata sottoposta nell’anno 2015.

A sostegno della domanda deduce che nel maggio 2015 in seguito ai disturbi accusati all’arcata dentaria veniva sottoposta ad alcuni interventi presso la struttura dove le venivano estratti alcuni denti e successivamente installato un impianto dentario; osserva che avendo accusato immediatamente dopo forti dolori le venivano prescritti antibiotici e antiinfiammatori; deduce che le cure individuate non sortivano alcun effetto tanto che al fine di ottenere una diagnosi risolutiva era stata costretta a rivolgersi ad altri studi dentistici presso i quali apprendeva che l’intervento di protesi non era stato eseguito a regola d’arte; aggiunge che aveva già corrisposto allo studio dentistico a titolo di acconto la somma di EUR 2.704,00 per la prestazione professionale eseguita.

La domanda è parzialmente fondata.

Pacifica la natura contrattuale della responsabilità della struttura sanitaria, anche in relazione al comportamento dei medici dipendenti, trova nel caso applicazione la regola posta dall’art.1228 c.c.

L’ente risponde di tutte le ingerenze dannose che al dipendente sono rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al terzo danneggiato, e cioè dei danni che il dipendente può arrecare in ragione di quel particolare contatto cui si espone nei suoi confronti il paziente nell’attuazione del rapporto con la struttura sanitaria, responsabilità che trova fondamento non già nella colpa (nella scelta degli ausiliari o nella vigilanza) bensì nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione.

Ergo, il paziente che si duole dell’inadempimento di un’obbligazione contrattuale deve dimostrare l’esistenza e l’efficacia del contratto e/o contatto sociale e del danno patito, allegando altresì l’inadempimento del debitore, mentre è onere del convenuto dimostrare o di avere adempiuto, ovvero che l’inadempimento non è causa del danno.

In ordine all’esistenza del nesso di causalità è stato affermato che “in tema di responsabilità civile, per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica. Ne consegue che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile” (Cass. n.14759 del 26.06.2007).

Inoltre, la sufficienza di un credibile ed elevato giudizio probabilistico, supportato da rigorose leggi scientifiche, per dimostrare la sussistenza del nesso causale in sede di responsabilità civile è orientamento granitico delle sezioni civili della Corte di Cassazione, spesso affermato proprio in materia di responsabilità per attività sanitaria; si tratta di un orientamento che in linea di principio può essere condivisibile in quanto, ad esigere la prova del nesso causale in termini di certezza, si richiederebbe al danneggiato una probatio diabolica e si frapporrebbe un eccessivo ed ingiustificato ostacolo alla tutela del diritto ad agire in giudizio.

Ebbene, la CTU ha evidenziato in particolare che “non potendo valutare direttamente il manofatto inferiore destro precedentemente sostituito nello studio dentistico associato. il manofatto superiore sinistro presenta invece una scheggiatura della ceramica, considerata come un’eventualità rientrante nelle probabilità di non riuscita attribuibili a qualsiasi odontoiatra. Il manofatto presenta comunque un’articolazione idonea per la masticazione della paziente, la scheggiatura non interferisce nella funzione masticatoria, in quanto è situata distalmente alla parte occlusale del manofatto stesso. La scheggiatura in questione non può essere considerata come portatrice di un danno fisico o funzionale alla paziente stessa, ma si può solo attribuire una funzione estetica non perfetta, ma riparabile.Non può inoltre attribuirsi responsabilità diretta alla Odontoiatra e allo studio medico dentistico a riguardo le conseguenze delle terapie eseguite sull’arcata superiore destra della signora. L’ipersensibilità del l’elemento dentale della signora è una naturale conseguenza del processo di monconizzazione del dente; raramente può provocare una reazione infiammatoria del dente. Nel caso della signora infatti si tratta di un evento eccezionale proprio perché la stessa è stata sottoposta a più procedimenti di monconizzazione e solo uno degli elementi trattati ha provocato questo tipo di reazione infiammatoria acuta la quale si sarebbe potuta risolvere con una terapia endodontica adeguata, e non implica che il manofatto sopra collocato sia incongruo dal punto di vista funzionale, ma come semplice reazione alla monconizzazione senza alcun legame con il manofatto protesico. Stessa situazione verificatosi sull’arcata inferiore destra sull’elemento 45 (secondo premolare) che la signora aveva già in precedenza fatto curare, quindi a conoscenza delle possibilità dei procedimenti che si attuano per risolvere il problema insorto. Dal punto di vista odontoiatrico posso affermare che un problema di masticazione facilmente risolvibile non può portare ad un vero danno psicologico per la paziente.”.

Ed ancora, “come già detto in precedenza non imputo alcuna colpa reale allo Studio Medico Dentistico per quanto concerne l’aspetto psicologico, in quanto il danno se reale e dimostrabile è da imputare unicamente alla negligenza dell’attrice che decide di propria iniziativa di non recarsi presso lo Studio Medico Dentistico per un periodo di tempo di quattro mesi. Per quanto riguarda il manofatto superiore sinistro danneggiatosi e quindi non più esteticamente funzionale ma come già detto in precedenza senza alcun reale danno funzionale che possa aver portato alcuna grave conseguenza, si attesta che l’unico risarcimento esigibile da parte dell’attrice potrebbe essere richiesto per un’eventuale riparazione o sostituzione dello stesso”.

Il Giudice condivide e fa proprie le conclusioni del Consulente e, dunque, risulta accertato che nessuna condotta negligente è da addebitare all’attività dei medici che hanno operato all’interno dello studio medico dentistico, avendo gli stessi agito con la dovuta professionalità e perizia senza cagionare alcun pregiudizio alla funzione masticatoria della paziente.

Tuttavia, viene sottolineato che la scheggiatura della ceramica che presenta l’impianto superiore sinistro determina certamente un danno estetico di modesta entità emendabile con la sua sostituzione o la sua riparazione, il cui costo medio può quantificarsi nella misura di euro 1.100,00.

Nessun altro pregiudizio suscettibile di valutazione economica viene accertato.

In particolare, per quanto riguarda il danno patrimoniale, dalla documentazione versata in atti dall’attrice emerge che: a) le assenze per malattia della paziente non le hanno cagionato alcuna decurtazione della retribuzione; b) la certificazione medica evidenzia uno stato ansioso depressivo della paziente ma non indica le relative cause, anzi dalla predetta certificazione emerge piuttosto che la donna era affetta all’epoca dei fatti da altre numerose patologie (cisti, ipertiroidismo, osteoporosi, ecc…) e non si fa alcun accenno a lamentate sofferenze di tipo psicologico dovute alla patologia dentaria.

Infine, parzialmente accolta la domanda riconvenzionale proposta dalla convenuta Struttura, essendo rimasta incontestata la circostanza che la paziente non ha provveduto a corrispondere allo Studio il saldo del corrispettivo pattuito per la prestazione professionale resa; tale importo ammontante ad euro 1.100,00 viene interamente compensato con il controcredito che la donna vanta nei confronti dell’odierno convenuto.

Tenuto conto della parziale reciproca soccombenza, il Tribunale ritiene sussistenti i giusti motivi per compensare interamente tra le parti le spese di lite, tranne quelle della CTU che vengono poste a carico di parte convenuta.

Avv. Emanuela Foligno

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