Cassata la sentenza di appello che aveva rigettato la domanda di risarcimento per l’errata valutazione dei sintomi e l’omessa diagnosi di aneurisma cerebrale da parte dei sanitari

“In tema di prestazione medica, il rilievo della questione concernente la necessità della soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà può essere compiuto d’ufficio dal giudice, sulla base di risultanze ritualmente acquisite, non costituendo oggetto di un’eccezione in senso stretto. Peraltro, ove tale questione non sia stata né prospettata né discussa in primo grado, la corte di appello che voglia fondare su di essa la propria decisione è tenuta, a pena di nullità, ad invitare previamente le parti ad argomentare al riguardo, anche al fine dell’eventuale sollecitazione dell’esercizio dei poteri ex art. 356 c.p.c.” In tali termini si è espressa la Suprema Corte (Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 200/2021 del 11 febbraio 2021) pronunciandosi sull’impugnazione della decisione della Corte d’Appello di L’Aquila che, in accoglimento del gravame interposto dall’Ausl di Teramo e in riforma della sentenza del Tribunale di Teramo, ha rigettato la domanda di risarcimento per l’errata valutazione dei sintomi e della omessa diagnosi di aneurisma cerebrale da parte dei sanitari del Pronto soccorso dell’Ospedale, da cui il paziente veniva dimesso senza essere sottoposto ad approfondimenti diagnostici né mantenuto in osservazione, venendo la mattina seguente ricoverato d’urgenza presso il Centro Rianimazione e Terapia Intensiva dell’Ospedale ove veniva effettuata una Tac cranio che rivelava la presenza di “un’estesa raccolta emorragica delimitata da una zona di ipodensità da fatti edematosi”.

Il danneggiato ricorre in Cassazione lamentando che la Corte di merito abbia introdotto d’ufficio il rilievo che la prestazione eseguita comporta la risoluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, senza provocare il contraddittorio sul punto.

Gli Ermellini ritengono la doglianza fondata.

Il rilievo della questione concernente la necessità della soluzione da parte del prestatore d’opera di problemi tecnici di speciale difficoltà può essere dal Giudice compiuto d’ufficio, sulla base di risultanze istruttorie ritualmente acquisite e non costituisce un’eccezione in senso stretto.

“Il rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa è un principio pacifico dell’ordinamento, anche anteriormente all’introduzione dell’art. 101 c.p.c., comma 2, essere affetta da nullità la sentenza c.d. “della terza via” o “a sorpresa” in ipotesi di rilievo d’ufficio dal giudice di questione non previamente sottoposta all’attenzione delle parti.”

Ebbene, tale principio è stato disatteso dalla Corte territoriale.

Infatti, pur trattandosi di questione non prospettata nè discussa nel corso del giudizio di primo grado, la Corte ha d’ufficio ritenuto, senza invitare le parti ad argomentare al riguardo “innegabile che, nella situazione data, la diagnosi presentasse un grado elevato di difficoltà tecnico-scientifica tale da configurare un errore sanzionabile ed un danno risarcibile solo in caso di colpa (imperizia) grave, secondo la previsione del richiamato art. 2236 c.c.”, concludendo che” tale colpa grave nella specie non è riconoscibile nel comportamento dei sanitari del pronto soccorso dell’Ospedale”.

Con il secondo motivo si lamenta errata valutazione della compiuta diagnosi e delle negligenze ed imprudenze per non aver eseguito alcuna anamnesi, diagnosi e prognosi, nè approfondito il quadro clinico, con l’esecuzione di una TAC cranio, e nemmeno tenuto in osservazione il paziente.

Si lamenta, inoltre, che come affermato nella CTU “nella specie non si trattava di un caso di particolare difficoltà, non essendosi in ogni caso considerato che l’errore diagnostico sussiste anche allorquando come nella specie si ometta di eseguire o disporre controlli o accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi”.

Con gli altri motivi il paziente si duole -in sintesi- che la “mancata diagnosi, ossia l’incapacità di comprendere da quale patologia fosse affetto, giustificava sul piano della diligenza e prudenza che lo stesso fosse tenuto “in osservazione”, in ambiente ospedaliero”, e che il medesimo non venisse viceversa “dimesso in tempi così brevi, subito dopo il regresso dei sintomi della cefalea e dell’ipertensione a seguito della somministrazione dell’antidolorifico e del diuretico”, a fortiori in considerazione della circostanza che “gli esami risultati nella norma e una corretta anamnesi (la giovane età del paziente, trentatreenne, e la non abitualità dei sintomi lamentati, non avendo mai sofferto di ipertensione e cefalea, avrebbero dovuto indurli ad approfondire il quadro clinico attraverso l’effettuazione di una TAC cranio”.

Gli Ermellini ritengono le doglianze fondate e ribadiscono che in mancanza di cognizioni tecnico-scientifiche, il Giudice deve fare ricorso a una Consulente Tecnica di tipo percipiente, quale fonte oggettiva di prova.

Il decidente, può anche disattendere le risultanze della CTU percipiente, ma solo motivando in ordine agli elementi di valutazione adottati e agli elementi probatori utilizzati per addivenire all’assunta decisione (in tal senso Cass., 3/3/2011, n. 5148), specificando le ragioni per cui ha ritenuto di discostarsi dalle conclusioni del CTU.

La Corte territoriale ha disatteso tali principi, infatti, a fronte delle affermazioni del Giudice di prime cure fondate sulle risultanze della disposta CTU, secondo cui: “a) l’orientamento dei sanitari dell’Ospedale fu che il paziente fosse rimasto vittima di una poussee ipertensiva accompagnata da cefalea intensa, risolta con la terapia medica in pronto soccorso, che… non avrebbe evidentemente comportato ulteriori conseguenze; b) i sanitari con la dovuta diligenza e con un’anamnesi corretta avrebbero dovuto sospettare la possibilità della presenza della grave patologia successivamente conclamatasi e attraverso l’effettuazione di una TAC orientare la diagnosi, la prognosi e la terapia, essendo comunque altamente verosimile che l’individuazione attraverso TAC cerebrale di una emorragia subaracnoidea che avrebbe condotto rapidamente il paziente in sala operatoria per un intervento neurochirurgico, avrebbe evitato l’emorragia intraparenchimale successiva, cioè estesa all’interno del parenchima cerebrale, che deve essere considerata la diretta responsabile dei danni neurologici sofferti e residuali al paziente”, si è limitata ad affermare “le anomalie del caso clinico sottoposto all’esame dei sanitari siccome caratterizzato…dall’assenza di alcun sintomo neurologico (rigidità nucale, vomito, anisocoria etc.), neppure la cefalea potendo assumersi come univocamente significativa dell’evento emorragico in quanto immediatamente regredita (come una qualsiasi emicrania) con la somministrazione di una sola dose di antidolorifico laddove in ipotesi di sanguinamento cerebrale essa si connota per durata e persistenza e per insopportabile intensità: al punto da potersi ragionevolmente ritenere che essa fosse stata determinata dalla ipertensione per cui, cessata la causa, era venuto meno l’effetto mentre non è chiara la ragione medica per cui il valore pressorio doveva da solo essere rivelatore di un disturbo encefalico di verosimile natura circolatoria”.

A cui è seguita l’ulteriore osservazione della Corte “le peculiari caratteristiche oggettive del caso in esame, ed in particolare la immediata remissione dei sintomi (ipertensione e cefalea), hanno avuto dunque l’effetto di “depistare” il corretto inquadramento diagnostico tanto nell’ipotesi, assai poco probabile, che al momento de ricovero fosse già in atto l’emorragia quanto, a maggior ragione, nell’evenienza che si trattasse di una cefalea c.d. sentinella e cioè prodromica al futuro evento emorragico”, essendo “in ogni caso… innegabile che, nella situazione data, la diagnosi presentasse un grado elevato di difficoltà tecnico-scientifica tale da configurare un errore sanzionabile ed un danno risarcibile solo in caso di colpa (imperizia) grave, secondo la previsione del richiamato art. 2236 c.c.; colpa grave che fermo restando il margine di discrezionalità ed incertezza delle scelte inscindibilmente connesso a tutte le scienze non esatte (quale è la medicina) – ad avviso della Corte non è riconoscibile nel descritto comportamento dei sanitari del pronto soccorso dell’Ospedale per tutte le ragioni fin qui esposte ed in conformità alla giurisprudenza richiamata”.

In buona sostanza, la Corte ragionando in tali – errati – termini, è pervenuta a una conclusione del tutto opposta rispetto a quella del primo Giudice, senza indicare le ragioni per rendere comprensibile l’iter logico-giuridico seguito, omettendo anche di spiegare quali ragioni l’abbiano indotta a privilegiare questi ultimi, in luogo dei primi.

Oltretutto, la Corte non ha considerato che in virtù del principio di non contestazione era acquisita al processo la prova che anche secondo i sanitari “era necessario tenere il paziente in osservazione in ambiente ospedaliero per eseguire una consulenza neurologica ed una TAC cranio”.

Per tali ragioni, la motivazione della sentenza impugnata è del tutto apparente, in violazione all’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4., e quindi insussistente.

In conclusione, la Suprema Corte cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di L’Aquilia, in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

Se sei stato/a vittima di un errore medico e vuoi ottenere, in breve tempo, il risarcimento dei danni fisici subiti o dei danni da morte di un familiare, clicca qui

Leggi anche:

Errato inserimento della sonda gastrostomica post rimozione del catetere di Foley

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui