Respinto il ricorso di due uomini, accusati di aver gestito le scommesse sul gioco delle tre campanelle senza essere muniti dell’autorizzazione obbligatoria per legge

Cento euro di ammenda. E’ la sanzione inflitta in sede di merito a due uomini accusati di aver organizzato e gestito, in concorso tra loro e con altre persone non identificate, senza essere muniti dell’autorizzazione obbligatoria per legge, le scommesse sul gioco delle tre campanelle presso un’area di rifornimento in provincia di Chieti.

Nel ricorrere per cassazione gli imputati deducevano che i fatti contestati non integravano raccolta o esercizio della scommessa ma consistevano in un gioco di abilità. Peraltro non era applicabile al fatto ascritto ai ricorrenti la condotta indicata nell’art. 88 del regio decreto 773/1931 in quanto non c’era stata la gestione delle scommesse in un pubblico esercizio.

La Cassazione, che si è pronunciata sul caso con la sentenza n. 19985/2020 ha ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati.

I Giudici Ermellini hanno evidenziato come dalla sentenza di merito risultasse che gli imputati, nell’eseguire il gioco delle tre campanelle, avevano raccolto le scommesse dal querelante. Al riguardo la normativa prevede che “la licenza per l’esercizio delle scommesse può essere concessa esclusivamente a soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o di altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse, nonché a soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare di autorizzazione in forza della stessa concessione o autorizzazione”.

Tale disposizione si interpreta nel senso che “la licenza ivi prevista, ove rilasciata per esercizi commerciali nei quali si svolge l’esercizio e la raccolta di giochi pubblici con vincita in denaro, è da intendersi efficace solo a seguito del rilascio ai titolari dei medesimi esercizi di apposita concessione per l’esercizio e la raccolta di tali giochi da parte del Ministero dell’economia e delle finanze -Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato”.

Dunque, nel caso in esame, il fatto, per come ricostruito, era stato correttamente ricondotto dal Tribunale nel reato contestato.

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