Confermato il licenziamento per giusta causa del tecnico che aveva chiesto indebitamente al cliente dell’azienda datrice una somma di 30 euro per la sostituzione di un modem guasto

Si era visto rigettare sia in primo grado che in appello l’opposizione avverso l’ordinanza con la quale era stata respinta l’impugnativa del licenziamento per giusta causa, intimato dalla società datrice, per avere il dipendente chiesto ed ottenuto indebitamente da una cliente la somma di 30 euro per la sostituzione di un modem guasto.

La Corte territoriale, in particolare, a fondamento della decisione, aveva rilevato, tra l’altro, che: la proporzionalità della sanzione si desumeva dal fatto che l’art. 48 del CCNL di categoria prevedeva espressamente la condotta contestata tra quelle che legittimavano il licenziamento senza preavviso;  la contestazione, con riguardo al lasso di tempo ritenuto ragionevole, era da considerarsi tempestiva.

Nel ricorrere per cassazione il dipendente eccepiva che i giudici del merito non avessero preso in giusta considerazione l’apparato normativo sottostante alle cause che avevano portato al suo licenziamento. In particolare, sosteneva che la lettera di licenziamento era pervenuta a distanza di più di due mesi dalla data in cui si sarebbero verificati i fatti contestati e, quindi, la Corte di merito non aveva correttamente applicato il principio della immediatezza della contestazione; tale ritardo, secondo il ricorrente, aveva determinato una lesione del suo diritto di difesa.

Inoltre, deduceva che vi era stata una violazione dei principi in tema di proporzionalità del licenziamento che richiedeva l’approfondimento, sotto il profilo oggettivo, dell’entità della mancanza, del grado di affidamento richiesto in base all’inquadramento ed alle specifiche mansioni esercitate, del pregresso andamento del rapporto, della sua durata e, sotto il profilo psicologico, dei motivi e delle circostanze che avevano animato l’elemento psicologico che aveva sorretto l’eventuale recidiva e la sistematicità del comportamento contestato.

La Suprema Corte, tuttavia, con l’ordinanza n. 16863/2020, ha ritenuto non fondati i motivi di impugnazione.

I Giudici Ermellini hanno chiarito che, in base a un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, il criterio dell’immediatezza va inteso in senso relativo, poiché si deve tenere conto delle ragioni che possono far ritardare la contestazione, tra cui il tempo necessario per l’espletamento delle indagini dirette all’accertamento dei fatti, la complessità dell’organizzazione aziendale; a tal proposito, la valutazione compiuta dal giudice di merito è insindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione adeguata priva di vizi logici.

Nel caso in esame la Corte territoriale aveva sottolineato, richiamando la pronuncia di prime cure ed evidenziando che il reclamante si era limitato unicamente a ribadire la tesi della asserita tardività, che il tempo intercorso tra la commissione del fatto e la contestazione, di circa due mesi, era ragionevole in considerazione della tipologia della condotta addebitata e della necessità di compiere accertamenti atti ad individuare l’operatore che aveva effettuato l’intervento presso il domicilio della cliente.

Quanto al secondo motivo del ricorso, la Cassazione lo ha ritenuto inammissibile in quanto il Giudice a quo aveva correttamente sottolineato che il CCNL prevede il licenziamento senza preavviso per la condotta contestata.  Accettare una somma non dovuta, infatti, “integra una condotta idonea a scuotere la fiducia del datore di lavoro nella correttezza del futuro adempimento, a prescindere dalla entità della somma e dalle dimensioni dell’azienda datrice di lavoro, la cui immagine commerciale viene danneggiata da comportamenti di tal sorta”.

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