Il D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3-ter e comma 3-quater, non è una norma che pone limiti ai mezzi di prova: essa non impedisce di dimostrare l’esistenza d’un danno alla salute con fonti di prova diverse dai referti di esami strumentali

La vicenda

A seguito di un incidente stradale, l’attore agì in giudizio contro il conducente del veicolo antagonista e il suo assicuratore della r.c.a., chiedendone la condanna al risarcimento del danno permanente alla salute, del danno morale e delle spese relative all’assistenza legale stragiudiziale.

In primo grado, il Giudice di pace di Bologna rigettò la domanda. Allo stesso modo, il giudice dell’appello rigettò il gravame, rilevando che l’art. 139 cod. ass. deve interpretarsi nel senso che il danno biologico permanente di lieve entità non è risarcibile, se non dimostrato strumentalmente; tale interpretazione è imposta dalla giurisprudenza costituzionale; e in ogni caso, l’attore non solo non aveva provato, ma neanche allegato la sussistenza di un pregiudizio morale, il quale comunque non poteva ritenersi sussistente a fronte di un danno biologico solo temporaneo; neppure le spese per l’assistenza stragiudiziale sono state giudicate risarcibili sia perché (ritenute) superflue, dal momento che il danneggiato avrebbe potuto rivolgersi per avere assistenza al proprio assicuratore, ai sensi dell’art. 149 cod. ass.; sia perché egli non aveva fornito alcuna prova di avere effettivamente sostenuto tale spesa.

La vicenda è giunta in Cassazione.

Secondo il ricorrente, i giudici di merito erano incorsi nella violazione degli artt. 139 cod. ass. e del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, commi 3-ter e 3-quater; dal momento che tali norme non hanno affatto subordinato il risarcimento del danno alla persona con esiti micropermanenti, alla esistenza d’un accertamento strumentale, ma solo alla possibilità di un accertamento obiettivo, quale che sia il modo con cui questo avvenga; e poiché nel caso di specie i postumi permanenti da lui sofferti erano comunque obiettivabili, anche in assenza di un riscontro diagnostico strumentale, il Tribunale non avrebbe potuto rigettare la sua domanda.

La Cassazione si è già ripetutamente occupata del senso da attribuire al D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3-ter, affermando che essa “non è nè una norma che pone limiti ai mezzi di prova (essa non impedisce, dunque, di dimostrare l’esistenza d’un danno alla salute con fonti di prova diverse dai referti di esami strumentali); nè una norma che pone limiti alla risarcibilità del danno (essa non impone, dunque, di lasciare senza ristoro i danni che non attingessero una soglia minima di gravità).

L’art. 32 del D.L. n. 1/2012

L’art. 32 del D.L. n. 1/2012 è semplicemente una norma che ribadisce un principio già insito nel sistema, e cioè che il risarcimento di qualsiasi danno (e non solo di quello alla salute) presuppone che chi lo invochi ne dimostri l’esistenza “al di là di ogni ragionevole dubbio”; e che per contro non è nemmeno pensabile che possa pretendersi il risarcimento di danni semplicemente ipotizzati, temuti, eventuali, ipotetici, possibili ma non probabili”.

«Definire pertanto la categoria del danno biologico come quello “suscettibile di accertamento medico legale” vuol dire che per predicarsi l’esistenza stessa (e non la mera risarcibilità) di tale pregiudizio occorre che esso sia dimostrabile non già sulla base di mere intuizioni, illazioni o suggestioni, ma sulla base di una corretta criteriologia accertativa medico-legale.

Ma la corretta criteriologia accertativa medico-legale non si limita ovviamente a considerare solo la storia clinica documentata della vittima. Essa ricorre altresì all’analisi della vis lesiva, all’analisi della sintomatologia, all’esame obiettivo, alla statistica clinica».

Un corretto accertamento medico-legale, pertanto, – secondo i giudici della Suprema Corte – potrebbe pervenire a negare l’esistenza d’un danno permanente alla salute (o della sua derivazione causale dal fatto illecito) anche in presenza di esami strumentali dall’esito positivo (come nel caso d’una frattura documentata radiologicamente, ma incompatibile con la dinamica dell’infortunio per come emersa dall’istruttoria); così come, all’opposto, ben potrebbe pervenire ad ammettere l’esistenza d’un danno permanente alla salute anche in assenza di esami strumentali, quando ricorrano indizi gravi, precisi e concordanti, ai sensi dell’art. 2729 c.c., dell’esistenza del danno e della sua genesi causale.

Dal punto di vista finalistico, v’è poi da rilevare che il D.L. n. 1 del 2012 è stato adottato al dichiarato scopo di rilanciare l’economia, favorire la concorrenza, incentivare sia i consumi che il risparmio (così la relazione illustrativa).

In quest’ottica, il legislatore ritenne imprescindibile il contrasto delle truffe assicurative, e massimamente di quelle legate alla sinistrosità stradale, al fine di ridurre i costi degli indennizzi e, di conseguenza, favorire l’abbassamento dei premi (un chiaro indice di questo intento è dato proprio dal successivo D.L. n. 1 del 2012, art. 33 che ha inasprito le sanzioni per le false attestazioni di invalidità derivanti dai sinistri stradali).

“Se dunque scopo del D.L. n. 1 del 2012 fu (anche) quello di favorire l’abbassamento dei premi assicurativi nel settore dell’assicurazione r.c. auto, è coerente con tale fine interpretare l’art. 32 nel senso che esso abbia inteso contrastare non solo le truffe assicurative, ma anche la semplice negligenza colposa, la benevola tolleranza o il superficiale lassismo nell’accertamento dei microdanni.

Anche tali condotte, infatti, a livello macroeconomico non sono meno perniciose delle truffe assicurative, dal momento che identico ne è l’effetto, e fors’anche maggiore, ove si ammetta che il numero degli inetti ecceda quello dei disonesti”.

E allora, in linea con le precedenti pronunce la Terza Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 310725/2019) ha inteso ribadire che:

  • l’art. 32 del D.L. citato non è una norma di tipo precettivo, ma una di quelle norme che la dottrina definisce “norme in senso lato” (cioè prive di comandi o divieti, ma funzionalmente connesse a comandi o divieti contenuti in altre norme);
  • tale norma va intesa nel senso che l’accertamento del danno alla persona non può che avvenire coi criteri medico-legali fissati da una secolare tradizione: e dunque l’esame obiettivo (criterio visivo); l’esame clinico; gli esami strumentali;
  • tali criteri sono fungibili ed alternativi tra loro, e non già cumulativi.

Ed invero, “non esistono danni obiettivi e risarcibili, e danni non obiettivi e quindi non risarcibili. Un danno alla salute, come qualsiasi altro pregiudizio patrimoniale o non, se non è obiettivamente accertabile non esiste come categoria giuridica, prima ancora che fattuale. Ma l’obiettività dell’accertamento, per tutte le ragioni sopra esposte, non s’arresta sulla soglia della mancanza di prove documentali”.

La decisione

Nel caso in esame, il Tribunale non aveva escluso la sussistenza di postumi permanenti sulla persona dell’attore, ma essendo questi ultimi frutto non di un accertamento strumentale, ma di una “mera valutazione clinica” ne aveva escluso la risarcibilità.

Tale valutazione – a giudizio degli Ermellini – è evidentemente in contrasto con l’art. 138 cod. ass., perché esclude la risarcibilità d’un danno “suscettibile di accertamento medico legale”, sol perché quell’accertamento era stato compiuto senza l’ausilio di indagini strumentali. Ma, come si è già affermato in precedenza, “non è l’assenza di riscontri diagnostici strumentali che impedisce il risarcimento del danno alla salute con esiti micropermanenti, ma piuttosto l’assenza di una ragionevole inferenza logica della sua esistenza stessa, compiuta sulla base di qualsivoglia elemento probatorio od anche indiziario, purché in quest’ultimo caso munito dei requisiti di cui all’art. 2729 c.c.”.

Per tutte queste ragioni il ricorso è stato accolto e la causa rinviata al Tribunale di Bologna, in persona di altro magistrato, per l’ulteriore corso.

Avv. Sabrina Caporale

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