Il giovane dipendente perde la controversia per ingiusto licenziamento e deve saldare i danni punitivi di una causa considerata temeraria.
È raro che un giudice dia ragione al datore di lavoro in una controversia di lavoro. Di solito infatti i dipendenti sono maggiormente tutelati in questo tipo di cause proprio in virtù di un rapporto che è spesso impari. Non questa volta però dove un giovane trentino ha presentato causa al suo capo per mobbing e ingiusto licenziamento chiedendo inoltre un risarcimento di circa 30 mila euro – aveva chiesto dalle 12 alle 24 mensilità.
Il ragazzo poco più che ventenne era stato assunto a tempo indeterminato da un salone di parrucchieri ma presto il rapporto con il suo datore si deteriora. Continue malattie allontanano il dipendente dal suo posto di lavoro. Le assenze ingiustificate e un comportamento poco collaborativo aggravano la situazione. Il proprietario dell’attività decide dunque di licenziare il ragazzo che però non accetta la chiusura del rapporto professionale e anzi si ritiene vittima di mobbing. La sua malattia era dunque determinata da come veniva trattato sul posto di lavoro. Intenta due cause legali contro il suo datore di lavoro. La prima al tribunale di Trento dove la accusa mossa contro il gestore del salone è quella di mobbing e la seconda al tribunale di Rovereto circa l’ingiusto licenziamento per le assenze continue.
Il datore di lavoro però giustifica la sua decisione. Il ragazzo era malato – con regolare certificato medico – dal martedì al sabato (i saloni di parrucchiera sono chiusi il lunedì ndr) e spesso i giorni di assenza corrispondevano ai giorni di assenza della fidanzata del giovane che è impiegata nella stessa attività. Il proprietario del salone ha poi mostrato al giudice delle fotografie postate su Facebook che ritraevano il ragazzo nei locali frequentati dal giovane in cui non sembrava particolarmente malato. Altre immagini mostravano i suoi giri in moto e la sua vita mondana nei fine settimana. Assistito da un noto studio legale della città il ragazzo si è giustificato dicendo che “quei giorni mi servivano per rilassarmi e riprendermi, perché ero stressato dal lavoro”.
I giudici però hanno creduto alla versione del datore di lavoro e hanno respinto entrambe le cause del giovane che non solo ha perso il posto di lavoro ma è stato condannato al pagamento dei “danni punitivi” oltre alle spese processuali di circa 4 mila euro. I “danni punitivi” sono previsti dall’articolo 96 del codice di procedura civile, secondo il quale “se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave” è tenuto a pagare ulteriori danni.




