Nel riconoscimento dell’invalidità devono essere considerati anche gli aggravamenti verificatisi nel corso del procedimento amministrativo e giudiziario

In tali termini si è espressa la Suprema Corte (sez. Lavoro, sentenza n. 2711 del 5 febbraio 2020). A seguito di due infortuni sul lavoro riportati rispettivamente negli anni 1991 e 1999, all lavoratore veniva riconosciuta un’invalidità permanente nella misura del 16%. 

Lo stesso ricorreva al Tribunale di Cassino, citando in giudizio l’INAIL, per vedersi riconosciuta la rendita vitalizia a titolo di indennità, a decorrere dal dicembre del 2006. Dopo circa due anni le condizioni dell’uomo peggioravano ulteriormente e la sua invalidità permanente aumenta fino a raggiungere la percentuale del 26%.

Il Tribunale di Cassino rigettava la domanda.

L’uomo proponeva appello avverso la sentenza del Tribunale presso la Corte d’Appello di Roma la quale, in riforma della sentenza impugnata, condannava l’INAIL alla costituzione della rendita vitalizia ed al pagamento dei ratei a decorrere dal primo gennaio 2007, primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda amministrativa, oltre agli interessi legali.

La Corte territoriale considerava corretti gli esiti della CTU che certificava la percentuale d’invalidità fino al periodo del 2007, mentre non riteneva di poter considerare l’incremento percentuale di invalidità occorso dal 2008 in poi, in quanto il ricorrente aveva chiesto in giudizio la costituzione di una rendita commisurata al 16%, senza alcun riferimento ad ulteriori maggiori percentuali, non ritenendo applicabile l’art. 149 delle disp. att. del c.p.c.

La Corte d’Appello di Roma, in buona sostanza, riformava la pronuncia di prime cure e dichiarava l’invalidità permanente dell’attore per effetto congiunto dei due infortuni subiti sul lavoro.

La Corte romana recepiva integralmente la CTU espletata, senza però valutare  che la percentuale di invalidità dell’uomo era successivamente aumentata e limitandosi al riconoscimento della percentuale inizialmente indicata.  

L’uomo propone ricorso in Cassazione invocando l’applicazione dell’art. 149 disp. att. c.p.c. per il riconoscimento della maggiore invalidità accertata dal CTU.

La norma invocata stabilisce che “nel riconoscimento dell’invalidità per riduzione dell’idoneità lavorativa devono essere considerati anche gli aggravamenti verificatisi nel corso del procedimento amministrativo e giudiziario”. 

La Suprema Corte ribadisce, infatti, che nel giudizio per il riconoscimento della riduzione dell’idoneità lavorativa devono essere valutati anche gli aggravamenti incidenti sul complesso invalidante verificatisi nel corso del procedimento amministrativo e giudiziario.

Il sistema dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali è ispirato all’esigenza di adeguare la prestazione all’effettiva misura della riduzione dell’attitudine al lavoro.

In sede giudiziale dunque, sia che si tratti di prima liquidazione che di revisione, l’oggetto del giudizio è l’accertamento dell’effettivo grado di riduzione, senza ancorare l’adeguamento della rendita alla volontà espressa dall’assicurato.

La Corte territoriale, errando,  ha disatteso  tali principi avendo limitato la rendita all’invalidità come richiesta nell’atto introduttivo del giudizio, senza tener conto degli aggravamenti successivamente verificatisi ed accertati dalla CTU.

La pronuncia impugnata viene cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

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