La lesione al femore riportata durante il ricovero ospedaliero non richiede lo specifico inadempimento da attribuirsi al Medico stante il dovere di protezione del paziente

“E’ superata la questione della allegazione di uno specifico inadempimento da attribuirsi al Sanitario o alla Struttura in quanto uno degli obblighi principali del rapporto riguarda la protezione della incolumità fisica e psichica del paziente. Che va commisurata all’entità della menomazione fisica o psichica del paziente”. In tali termini si è espressa la Corte d’Appello di Bari (sentenza n. 743 del 20/05/2020) nell’esaminare la domanda risarcitoria causata dalla lesione al femore occorsa durante il periodo di ricovero ospedaliero.

La Corte esprime il seguente principio di diritto: “La responsabilità della struttura sanitaria può insorgere non solo per fatto del dipendente o collaboratore a mente dell’art. 1228 c.c., ma anche per fatto proprio ovvero di soggetti non identificabili e l’autonomia di tale responsabilità consente perciò di ritenere superata la questione della allegazione di uno specifico inadempimento da attribuirsi al sanitario, e conseguente nesso di causa, non essendo questo necessario (nella specie si trattava di una lesione al femore riportata da un paziente nel periodo in cui era ricoverato all’interno di una struttura ospedaliera)”.

il Tribunale di Bari rigettava la domanda proposta volta al risarcimento dei danni derivanti da responsabilità della struttura Policlinico di Bari  per la presunta omessa vigilanza da parte dei sanitari che causava lesione del diritto alla salute ai danni del congiunto successivamente deceduto, e condannava gli attori in solido alla refusione delle spese processuali.

Il Giudice di primo grado non riteneva sufficienti le allegazioni dell’inadempimento e non provato il nesso  causale tra la condotta dei sanitari e la frattura pertrocanterica del femore.

La sentenza viene impugnata.

Si costituiva in giudizio la Azienda Ospedaliera di Bari contestando le avverse argomentazioni e insistendo per il rigetto del gravame.

Gli appellanti lamentano l’esclusione della lesione nel periodo di degenza presso l’Ospedale Policlinico e l’errato inquadramento della responsabilità in quella derivante da responsabilità del medico e sull’onere della prova.

La Corte d’Appello ritiene censurabile la sentenza nella parte in cui esclude la prova del nesso causale tra condotte ascrivibili alla struttura ospedaliera e lesione rappresentata dalla frattura al femore.

I Giudici di secondo grado evidenziano che la sentenza impugnata “pare esigere dagli attori un onere di allegazione che meglio si attaglierebbe alla responsabilità del sanitario, con la specificazione del facere o non facere richiesto a questo, mentre chiaramente la parte ha sin dall’inizio sottolineato la volontà di vedere accertata la responsabilità della struttura, allegando violazione ai doveri di custodia e di protezione del paziente ivi ricoverato, specie se in situazione di transitoria incapacità”.

La Corte evidenzia che la responsabilità della struttura ospedaliera sorge nel momento in cui viene accettato il ricovero di un paziente, e si configura come responsabilità contrattuale, che fa sorgere una obbligazione di cura, ma anche di vigilanza e custodia del paziente, che possono modularsi in maniera diversa a seconda che il paziente sia o meno in condizione di inabilità fisica o incapacità naturale, e tali obblighi derivano da un vero e proprio contratto di spedalità tra paziente e struttura.

Oltre a ciò la struttura è tenuta a un’adeguata organizzazione del lavoro dei sanitari e l’osservanza delle comuni regole di diligenza e prudenza, che impongono di tenere, in concreto e per il tramite dei propri operatori, condotte comunque adeguate alle condizioni del paziente, adottando di volta in volta le determinazioni più idonee a scongiurare l’esito infausto.

In altri termini, uno degli obblighi principali della struttura riguarda la protezione della incolumità fisica e psichica del paziente.

Costituisce ormai consolidato orientamento della Suprema Corte quello secondo cui persino nella ipotesi di pieno rispetto di linee guida o normative di rango primario o secondario va “affermata la necessità di rispettare anche le regole comuni di diligenza e prudenza” .

Ciò in quanto anche un soggetto giuridicamente capace di intendere e volere può trovarsi in situazione di transitoria incapacità o, comunque essere assoggettato totalmente in ragione dello stato di salute o anche solo della età alla mercé della struttura, e in ragione della entità della menomazione fisica o psichica va commisurato anche il dovere di vigilanza e protezione.

Il contratto atipico di spedalità fa sorgere quindi anche obblighi che prescindono dalla prestazione del sanitario, e ne sono anche concettualmente distinti, il che implica che la responsabilità della struttura può insorgere non solo per fatto del dipendente o collaboratore a mente dell’art. 1228 c.c. , ma anche per fatto proprio ovvero di soggetti non identificabili.

La autonomia di tale responsabilità consente perciò di ritenere superata la questione della allegazione di uno specifico inadempimento da attribuirsi al sanitario, e conseguente nesso di causa , non essendo questo necessario.

Sul punto si è espresso anche il CTU escludendo che la frattura possa essere derivata da cadute precedenti il ricovero.

Non può peraltro imputarsi agli attori alcuna carenza probatoria, né residua incertezza circa la insorgenza della lesione, che comunque, non era sicuramente presente prima dell’ingresso nell’Ospedale.

Secondo la Corte, quindi, è sussistente il nesso causale tra la lesione al femore e l’inadempimento del Policlinico che ometteva di custodire e vigilare il paziente di anni 86 ricoverato per infarto miocardico acuto.

Il nesso causale non può, però, dirsi dimostrato per ciò che concerne la morte del paziente, da cui derivano sostanzialmente tutte le domande di risarcimento iure proprio degli attori.

Nella prima relazione, dopo avere elencato le numerose patologie da cui era affetto il paziente il CTU  ha affermato che il dato della frattura non può ritenersi unico come causa della morte.

L’ausiliario parla di “patologie che hanno compromesso la possibilità di recupero riabilitativo cosi implicando un decorso sfavorevole fino all’exitus”, ma ciò non significa che la frattura al femore abbia concorso alla morte ma, caso mai, significherebbe che le patologie concorrenti, del tutto autonome rispetto alla frattura, non abbiano consentito un recupero dalla stessa.

Così prospettata, la ipotetica asserita causalità tra lesione al femore e morte, non soddisfa neppure la ricerca in termini di causa concorrente, non solo per i motivi esposti, ma anche perché pure ove mai vi fosse stato allettamento costante, e in realtà non vi è stato, ben avrebbe potuto essere cagionato dalle numerose patologie e non già dalla frattura al femore.

Per tali ragioni viene escluso qualsiasi danno collegabile al decesso del paziente  e viene esaminato solo il danno biologico patito dallo stesso che gli attori chiedono iure successionis.

La Corte evidenzia che costituisce orientamento consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui la liquidazione del danno biologico patito da persona deceduta per cause indipendenti dal fatto lesivo oggetto del giudizio, va correlata al tempo trascorso dal sinistro alla morte (Ordinanza n. 4551 del 15/02/2019; Sentenza n. 23739 del 14/11/2011; Sentenza n. 2297 del 31/01/2011).

La somma complessiva pari a € 4.557,00, a titolo di danno biologico accertato dalla C.T.U. viene personalizzata di un ulteriore 25%, fino ad € 5.696,25.  

L’appello viene quindi in parte accolto e viene condannata la Struttura sanitaria al pagamento di € 5.696,25, oltre alle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio e di CTU.

Avv. Emanuela Foligno

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