Qualora l’automobilista lamenti non già la mancanza di segnalazione del limite di velocità, ma soltanto la sua inadeguatezza, incombe su di esso fornirne la prova attraverso la dimostrazione di circostanze concrete

Un Comune della provincia di Lecce aveva impugnato la sentenza con la quale il Giudice di Pace aveva accolto l’opposizione alla sanzione amministrativa proposta da un automobilista e, per l’effetto, aveva annullato il verbale di accertamento dell’infrazione per superamento del limite di velocità.

Il Tribunale di Lecce (n. 536/2020), in qualità di giudice dell’appello, ha accolto il gravame evidenziando che in base agli artt. 142 comma 6 del codice della strada e 4 comma 1 del d.l. n. 121/2002, convertito con modificazioni dalla L. n. 168 del 2002, gli organi di Polizia Stradale possono utilizzare o installare dispositivi o mezzi tecnici di controllo del traffico di cui viene data informazione agli automobilisti, finalizzati al rilevamento a distanza delle violazioni alle norme di comportamento di cui agli artt. 142, 148 e 176 del medesimo d.lgs.

La necessità della preventiva informazione dell’esistenza di postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità è stata, poi, ribadita dal D.M. n. 117 del 2007, art. 3, convertito con modificazioni dalla L. n. 160 del 2007, il quale ha aggiunto all’art. 142 C.d.S. il comma 6-bis, secondo cui le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all’impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del codice.

Le postazioni di controllo del limite di velocità

Più in particolare, il D.M. Trasporti 15 agosto 2007, art. 3 (Attuazione del D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 3, comma 1, lett. b), recante disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione) pubblicato nella Gazz. Uff. 23 agosto 2007, n. 195 ha previsto che: “Le postazioni di controllo per il rilevamento della velocità sulla rete stradale possono essere segnalate: a) con segnali stradali di indicazione, temporanei o permanenti, b) con segnali stradali luminosi a messaggio variabile, c) con dispositivi di segnalazione luminosi installati su veicoli. I segnali stradali di indicazione di cui al comma 1, lett. a), devono essere realizzati con un pannello rettangolare, di dimensioni e colore di fondo propri del tipo di strada sul quale saranno installati. Sul pannello deve essere riportata l’iscrizione “controllo elettronico della velocità” ovvero “rilevamento elettronico della velocità”, eventualmente integrata con il simbolo o la denominazione dell’organo di polizia stradale che attua il controllo. I segnali stradali luminosi a messaggio variabile di cui al comma 1, lett. b), sono quelli già installati sulla rete stradale, ovvero quelli di successiva installazione, che hanno una architettura che consenta di riportare sugli stessi le medesime iscrizioni di cui al comma 2. I dispositivi di segnalazione luminosi di cui al comma 1, lett. c), sono installati a bordo di veicoli in dotazione agli organi di polizia stradale o nella loro disponibilità. Attraverso messaggi luminosi, anche variabili, sono riportate le iscrizioni di cui al comma 2. Se installati su autovetture le iscrizioni possono essere contenute su una sola riga nella forma sintetica: “controllo velocità” ovvero “rilevamento velocità”.

Sul punto, la giurisprudenza della Suprema Corte ha chiarito che “la ratio dell’informazione risiede nell’obbligo di civile trasparenza gravante sulla pubblica amministrazione il cui potere sanzionatorio in materia di circolazione stradale non è ispirato all’intento della sorpresa ingannevole dell’automobilista indisciplinato, in una logica patrimoniale captatoria, ma da uno scopo di tutela della sicurezza stradale, di riduzione dei costi economici, sociali ed ambientali derivanti dal traffico veicolare, nonché di fluidità della circolazione. Per questi motivi la preventiva informazione non costituisce un obbligo rilevante esclusivamente nell’ambito dei servizi organizzativi interni della pubblica amministrazione, ma costituisce un presupposto di validità dell’accertamento dell’illecito. Ne consegue che la violazione dell’obbligo di informativa forma oggetto di sindacato del giudice ordinario e cagiona la nullità della sanzione eventualmente irrogata” (così Cass. civ. Sez. II, ordinanza n. 23566).

Il principio di diritto

Tanto premesso è stato affermato che “qualora l’opponente deduca non già la mancanza della segnalazione stradale relativa al limite di velocità, ma soltanto la sua inadeguatezza, incombe su di esso dare prova, attraverso la dimostrazione di circostanze concrete, della sussistenza dell’allegata inadeguatezza, per inidoneità od insufficienza della segnaletica, e non invece alla P.A. di provare l’adeguatezza della segnaletica stessa” (Cass., sez. 1, Sentenza n. 6242 del 21/06/1999).

Ebbene, nel caso in esame il ricorrente aveva soltanto richiamato la predetta disposizione del C.d.S., senza specificare se la doglianza attenesse all’assenza di segnalazione o al fatto che i cartelli non fossero ben visibili.

La decisione

In entrambi i casi la domanda non poteva essere accolta. Nel primo caso, è stato sufficiente rilevare che sul verbale, dotato sul punto di fede privilegiata, fossero riportate le modalità di informazione sulla presenza della postazione di controllo per cui l’automobilista avrebbe dovuto impugnarlo con querela di falso, ove avesse inteso lamentare l’assenza di segnalazione. Nel secondo caso, ove cioè la contestazione avesse riguardato l’inadeguatezza della visibilità dei cartelli, egli avrebbe dovuto dare prova delle circostanze da cui desumere la scarsa visibilità degli stessi.

Nessuna delle due ipotesi era stata supportata da adeguata dimostrazione, perciò l’appello è stato accolto e per l’effetto, riformata la sentenza di primo grado.

La redazione giuridica

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