Ancora una volta gli Ermellini sono tornati a discutere sul tema della prova nelle controversie tra dipendente e datore di lavoro. Nella sentenza in commento è stato affermato che la circostanza per cui la malattia professionale denunciata dal lavoratore risulti compresa tra quelle tabellate, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, non costituisce una presunzione assoluta ma è superabile con prova a carico dell’INAIL

Svolgeva la mansione di installatore e manutentore di stampanti e fotocopiatrici. A seguito della sua morte a causa di un cancro ai polmoni, la moglie aveva deciso di citare in giudizio l’INAIL per ottenerne la condanna alla corresponsione della rendita e dell’assegno funerario, dopo aver accertato il nesso causale tra la mansione svolta e la malattia.

Ma la Corte di Appello di Ancona, in riforma della sentenza di primo grado, aveva rigettato la domanda. Questa, infatti, dopo una approfondita indagine, avvalendosi anche dell’aiuto di un tossicologo occupazionale, aveva escluso che l’attività lavorativa in questione avesse avuto una qualche incidenza nella malattia contratta.

Ebbene, le conclusioni del consulente, frutto di accurate indagini, per la corte territoriale meritavano di essere recepite: da esse derivava che l’attività lavorativa non aveva determinato – nemmeno quale concausa – la malattia e la morte del lavoratore.

Seguiva, quindi, il ricorso per Cassazione

La vedova, tramite il proprio difensore di fiducia, denunciava il grave errore di giudizio commesso dai giudici di secondo grado per non aver tenuto in considerazione che la patologia denunciata (tumore ai polmoni) rientrava tra quelle tabellate ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1975, art. 3. Quest’ultima disposizione contempla il tumore del polmone tra le malattie causate dall’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici.

Ed infatti era incontestabile che il proprio marito fosse stato esposto, negli anni dell’attività lavorativa, agli idrocarburi policiclici aromatici, in quanto toner e devoloper di stampanti e fotocopiatrici contenevano una polvere chimica costituita principalmente da carbon black (o nero fumo).

Sulla cancerogenità del carbon black (o nero fumo) e di altre sostanze chimiche contenute nel toner e nel developer (lo stirene, il nichel monossido, il butadiene), la donna asseriva di aver già ampiamente argomentato nei giudizi di merito e nonostante ciò il CTU nominato in appello aveva escluso il nesso causale tra l’esposizione a carbon black ed il cancro al polmone.

I giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso; ma interessanti sono chiarimenti offerti in materia di prova della malattia professionale.

La circostanza che la malattia denunciata rientri tra le malattie tabellate, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, – afferma – determina la esistenza di una presunzione legale di origine professionale qualora il lavoratore abbia provato l’adibizione ad una lavorazione tabellata – o l’esposizione ad un rischio ambientale provocato da quella lavorazione – e l’esistenza della malattia ed abbia effettuato la denuncia nel termine massimo di indennizzabilità.
Questa presunzione non è tuttavia assoluta ma è superabile con la prova – a carico dell’INAIL – che la malattia è stata determinata da cause extraprofessionali e non dal lavoro.

Il che è accaduto nella fattispecie di causa in quanto il CTU aveva individuato un diverso fattore – il tabagismo – avente rilevanza causale esclusiva nella determinazione della malattia.

Tale rilievo – concludono i giudici della Suprema Corte –  esime da ogni altra considerazione in ordine alla effettiva ricorrenza nella fattispecie di causa di una delle lavorazioni specificate al n. 33 lett. a) della nuova tabella delle malattie professionali nell’industria di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, e successive modificazioni ed integrazioni (D.P.R. n. 1124 del 1965, all. n. 4).

La redazione giuridica

 

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