È configurabile il concorso nel reato di maltrattamenti in famiglia anche nell’ipotesi in cui il soggetto garante, nella specie un’educatrice di asilo, ometta di denunciare le condotte violente poste in essere dalle colleghe sui minori

La Corte d’appello di Bologna aveva dichiarato l’imputata colpevole del reato di omessa denuncia di cui all’art. 361 c.p., riformando così la decisione di primo grado che l’aveva invece condannata per il delitto di maltrattamenti in famiglia.

La donna era stata condannata perchè, in qualità di dipendente comunale con funzioni di educatrice presso l’asilo nido locale, aveva omesso di denunciare due colleghe per reiterati episodi di maltrattamenti in danno di alcuni bambini dell’asilo, nonostante di tali fatti fosse venuta a conoscenza per avervi assistito personalmente o per esserne stata informata da altro personale in servizio presso la struttura.

A proporre ricorso per la cassazione della sentenza della corte d’appello di Bologna era stato l’avvocato difensore dei genitori di un minore vittima dei maltrattamenti, il quale aveva dedotto il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia.

Il reato di maltrattamenti in famiglia

Costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui il reato di maltrattamenti in famiglia può essere realizzato anche mediante concorso per omissione in condotte commissive. In quest’ottica è stato evidenziato che il delitto di maltrattamenti per omissione può verificarsi all’interno di una struttura di pubblica assistenza (così Sez. 6, n. 39655 del 1994, cit., nonchè Sez. 6, n. 394 del 1991, cit.) ed è configurabile anche in assenza di un rapporto diretto tra reo e vittima (per questa precisazione, v. Sez. 6, n. 39655 del 1994).

È stato poi, chiarito che l’elemento soggettivo richiesto per la configurabilità del reato di cui all’art. 572 c.p., è costituito dal dolo generico, da ravvisarsi nella coscienza e nella volontà di sottoporre la persona di famiglia ad un’abituale condizione di soggezione psicologica e di sofferenza (Sez. 6, n. n. 15680 del 28/03/2012, e Sez. 6, n. 27048 del 18/03/2008).

In questo senso è costante l’orientamento della giurisprudenza, secondo la quale, anche per i reati imputati ai sensi dell’art. 40 cpv. c.p., l’elemento psicologico si configura secondo i principi generali, sicchè è sufficiente che il “garante” abbia conoscenza dei presupposti fattuali del dovere di attivarsi per impedire l’evento e si astenga, con coscienza e volontà, dall’attivarsi, con ciò volendo o prevedendo l’evento nei delitti dolosi ovvero provocandolo per negligenza, imperizia, imprudenza o violazione di norme nei delitti colposi e nelle contravvenzioni in genere (Sez. 3, n. 6208 del 09/04/1997); anzi, ancor più specificamente, si è osservato che, nei reati commissivi mediante omissione, la stessa consapevolezza del non porre in essere la condotta positiva richiesta, implica la volontà di non attivarsi nel modo richiesto e, quindi, di non fare ciò che si è tenuti a fare (così Sez. 1, n. 11322 del 22/09/1998).

La condotta omissiva

Ebbene, dalla ricostruzione dei fatti era emerso che l’imputata fosse ben a conoscenza delle plurime condotte “violente e fortemente vessatorie” poste in essere dalle due educatrici ai danni dei minori dell’asilo nido (consistite in strattonamenti, schiaffi, pugni ecc.).

Ella, non solo aveva omesso ogni denuncia alle autorità pubbliche, ma aveva anche negato espressamente di essere a conoscenza diretta o per sentito dire di tali episodi, anche dopo l’emersione del problema davanti all’assessore comunale alle politiche sociali, alla dirigente dell’area servizi ed alla segretaria comunale, davanti ai quali era stata appositamente convocata.

Senza considerare che la stessa aveva una “posizione di garanzia” in quanto “ricopriva in fatto il ruolo di referente del Comune all’interno del nido e si relazionava con le autorità scolastiche e comunali rappresentando le esigenze della struttura e relazionando in ordine alle programmazioni educative della stessa.

Per quanto attiene alla qualificazione giuridica del fatto, per escludere la sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia, la sentenza impugnata aveva valorizzato le motivazioni della condotta dell’imputata, in quanto costituite da un “intento omertoso di tutelare prima di tutto se stessa, le proprie coadiutrici ed i minori a lei direttamente affidati” e non, invece, dalla “volontà di coadiuvare le illecite azioni delle colleghe”.

La decisione

Ebbene, quanto affermato dai giudici della Corte territoriale, “si pone in contrasto con i principi giuridici applicabili, secondo i quali, da un lato, è configurabile il concorso per omissione nella realizzazione del delitto di maltrattamenti in famiglia, e, dall’altro, ai fini dell’elemento psicologico necessario per l’integrazione della fattispecie di cui all’art. 572 c.p., anche nella forma del concorso nel reato commissivo mediante omissione, è sufficiente il dolo generico, per la cui sussistenza sono irrilevanti i motivi”.

In definitiva, la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio alla corte d’appello di Bologna che, in diversa composizione, dovrà “in primo luogo procedere ad una corretta qualificazione giuridica del fatto in contestazione, tenendo conto dei principi precedentemente indicati in materia di configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia anche nella forma del concorso mediante omissione, e di dolo necessario ai fini dell’integrazione di tale fattispecie. In secondo luogo, dovrà comunque valutare se, eventualmente anche solo in misura parziale, il fatto dannoso debba essere considerato come una conseguenza immediata e diretta della continuativa condotta omissiva dell’imputata” (Corte di Cassazione, Sesta Sezione, n. 10763/2018).

Avv. Sabrina Caporale

Leggi anche:

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: E’ REATO COSTRINGERE LA MOGLIE A VIVERE CON L’AMANTE

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui