Esclusa la condanna della società datrice di lavoro se il dipendente non prova che la condotta vessatoria (mobbing) non sia riconducibile al normale tasso di conflittualità che caratterizza l’ambiente di lavoro

La vicenda

La Corte d’appello di Bologna, in accordo con il giudice di primo grado, aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei confronti della banca alle cui dipendenze aveva lavorato fino alla data delle dimissioni, volta ad ottenere la condanna al risarcimento del danno anche extrapatrimoniale per il demansionamento (da Responsabile Marketing alla mansione di Programmazione Commerciale) e le condotte vessatorie (mobbing) da quest’ultima posta in essere nei suoi confronti.

La corte territoriale aveva rigettato la domanda in ragione della mancata allegazione delle mansioni svolte dal dipendente al fine di raffrontarle con il suo inquadramento professionale; e anche per la mancata prova del nesso di causalità tra il comportamento del datore di lavoro, lo stato di prostrazione e il denunciato mobbing.

Mobbing o normale conflittualità in azienda?

La vicenda è così approdata in Cassazione. A detta del ricorrente la sentenza impugnata era errata, avendo escluso la configurabilità della condotta vessatoria posta in essere dalla datrice di lavoro, alla luce degli elementi acquisiti e dei continui trasferimenti di sede disposti, sempre a suo dire, in assenza di logiche aziendali.

Ma i giudici della Sezione Lavoro (sentenza n. 1388/2020) hanno rigettato il ricorso, confermando la pronuncia della corte territoriale, specie nella parte in cui aveva ritenuto non soddisfatta la prova (rigorosa) del nesso di causalità tra la condotta del soggetto datore e lo stato di prostrazione del dipendente, poiché non era stato dimostrato come tale condizione del lavoratore non fosse riconducibile al normale tasso di conflittualità e costrittività fisiologica che connota l’ambiente di lavoro.

La redazione giuridica

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