Respinto il danno da straining se è solo il dipendente a percepire la condotta come stressogena, in quanto manca la prova concreta che il comportamento datoriale sia finalizzato a danneggiare il lavoratore (Tribunale di Velletri, Sez. Lavoro, Sentenza n.991/2021, del 15-06-2021)

Lo straining, come noto, consiste in azioni ostili o discriminatorie compiute da un superiore nei confronti di un subalterno, per es. il demansionamento, l’isolamento o la sottrazione degli strumenti di lavoro, i cui effetti si prolungano nel tempo producendo stress e sofferenza psichica in chi la subisce.

La definizione di straining di derivazione medica è stata recepita dalla giurisprudenza – per la prima volta nel 2005 (Trib. Bergamo 286/2005) che ne ha elaborato il tipo e definito i tratti caratteristici, individuando in particolare il discrimine dal mobbing nella particolare aggressività del comportamento datoriale, manifestata attraverso la repentinità o la natura eclatante dell’azione o insita nelle specifiche circostanze del demansionamento, ovvero nel concomitante verificarsi di altri atti o provvedimenti volti ad isolare anche dal punto di vista umano il lavoratore, ma, al pari di questo, qualificandolo idoneo a provocare problemi di autostima e salute, turbative professionali e di serenità familiare, incidenti sovente sulla qualità della vita del soggetto leso.

L’onere della prova incombe sul lavoratore e dal vaglio delle numerose decisioni di merito quello che si ricava è l’estrema difficoltà di provare la finalità lesiva dei comportamenti datoriali.

Oltre a ciò, dal punto di vista del danno alla salute, lo straining conduce alla lesione dell’integrità psico-fisica del lavoratore, sotto il profilo psichico. Ed anche sotto quest’ultimo profilo l’onere della prova è alquanto arduo.

La vicenda in esame vede una dipendente ricorrere in giudizio dichiarando di avere interrotto il rapporto lavorativo per i comportamenti mobbizzanti nei suoi confronti da parte della rappresentante legale della società per la quale lavorava.

In particolare, secondo la lavoratrice, tali comportamenti potevano essere qualificati come straining dando diritto al risarcimento del danno.

Il Tribunale di Velletri rammenta che “nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento dei danni patiti alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura persecutoria, il Giudice di merito è tenuto a valutare se i comportamenti denunciati possono essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e se siano ascrivibili alla responsabilità del datore che possa esserne chiamato a risponderne nei limiti dei danni a lui specificatamente imputabili”.

Nel caso concreto non vengono ritenuti lesivi i comportamenti datoriali.

Non sussistono episodi vessatori e mortificanti subiti dal lavoratore in quanto i comportamenti stigmatizzati dallo stesso non integrano lo straining, né possono essere considerati vessatori, persecutori e finalizzati all’estromissione e/o all’isolamento della dipendente.

La lavoratrice non ha allegato nessuna concreta prova.

Invero, le prove testimoniali dimostrano che le condotte lamentate dalla lavoratrice sono del tutto neutre e percepite soltanto dalla ricorrente come atti stressogeni, senza un’intrinseca potenzialità lesiva.

Sulpunto giova rammentare che l’obbligo del datore di lavoro di non recare danno alla sicurezza, libertà e dignità del lavoratore discendente dall’art. 2087 c.c., ricomprende anche l’obbligo di astenersi da iniziative, scelte e comportamenti stressogeni che possano ledere l’integrità psicofisica del lavoratore.

Grava sul lavoratore l’onere di provare tutti gli elementi di fatto della condotta vessatoria ed il nesso causale tra questa e il danno patito.

Ciò sulla scia dell’orientamento giurisprudenziale dominante, che richiede la prova di tutti gli elementi di fatto che connotano la condotta vessatoria e quindi: l’inadempimento e il nesso causale tra questo e il danno patito, spettando invece al datore di lavoro provare l’assenza di colpa, e dunque che gli atti e i comportamenti posti in essere sono conformi all’obbligo di protezione di cui all’art. 2087 c.c., che in ogni caso non sono tra loro collegati da un intento persecutorio o discriminatorio, ovvero che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione dipendente da causa a lui non imputabile.

Il ricorso viene respinto con condanna alle spese.

Avv. Emanuela Foligno

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