Nessuna condanna per la dottoressa accusata di aver cagionato il decesso di una neonata morta dopo il parto: inconsistente l’accusa di non aver agito tempestivamente, poiché l’emorragia si era verificata prima che il tracciato diventasse patologico

La vicenda

La Corte d’appello di Firenze aveva confermato la sentenza penale di assoluzione per insussistenza del fatto, pronunciata dal giudice di primo grado nei confronti di una dottoressa, imputata del reato di omicidio colposo ai danni di una neonata morta dopo il parto per anemia fetale a insorgenza acuta.

Secondo quanto riportato nella sentenza d’appello, la partoriente era stata ricoverata alla trentanovesima settimana di gravidanza a rischio per una serie di fattori (obesità, abitudine tabagica, episodio sincopale al termine di una precedente gravidanza), tenuti sotto controllo durante la gestazione. La presentazione instabile e l’alterata tolleranza al glucosio avevano suggerito l’induzione del parto con ossitocina, la cui somministrazione era stata a un certo punto interrotta, per poi essere nuovamente intrapresa l’indomani.

Alle ore 7.00 del giorno successivo venivano effettuati due tracciati, il primo di un’ora, il secondo di sei ore. Durante quest’ultimo, erano stati registrati due brevi tratti simil-sinuoidali, alterati a tratti normale e un’apparente decelerazione cardiaca fetale, immediatamente recuperata.

Alle ore 9.00 iniziava la preparazione al parto cesareo, poi interrotta per induzione al parto naturale, anche questa interrotta per infusione di farmaco antagonista all’ossitocina.

Alle 14:00 si interveniva chirurgicamente e durante l’operazione si verificava un’emorragia di sangue materno, dalle cui analisi si appurava una importante perdita di sangue dal feto alla madre.

La situazione critica della neonata ne determinava l’immediato decesso per emorragia acuta feto-materna.

Contro la sentenza confermativa dell’assoluzione le parti civili proponevano ricorso per cassazione, lamentando la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, avuto riguardo alla valutazione della valenza predittiva del tracciato, anche alla luce delle linee guida applicabili nella specie; alla tempistica del cesareo; alla correttezza delle condotte clinica della imputata, sempre in funzione della classificazione del tracciato; ed infine ai tempi di insorgenza della emorragia.

Ma il ricorso è stato rigettato (Corte di Cassazione, Quarta Sezione Penale, sentenza n. 12178/2020).

La questione principale attorno alla quale si confrontavano gli assunti difensivi non era costituita dall’accertamento della causa della morte, incontestabilmente ricondotta a un’anemia da massiva emorragia feto-materna, quanto piuttosto sulla valutazione del valore predittivo del tracciato e sulla presunta contraddittorietà del metodo utilizzato dall’ausiliario del giudice e da questi recepito che si era basato sulla lettura di quell’esame, oltre che sulla correttezza delle manovre farmacologiche approntate dalla dottoressa nelle fasi precedenti il parto, nell’alternanza tra infusione di induttore di contrazioni e suo antagonista, e sulla natura salvifica di un intervento chirurgico anticipato, rispetto al verificarsi dell’emorragia.

Invero, il Supremo Collegio non ha rilevato alcuna contraddittorietà nelle conclusioni scientifiche peritali ritenute più affidabili dai giudici dell’appello: lo scarso affidamento riposto dal perito sulla capacità predittiva dei tracciati, non inficiava il fatto che la patologia riscontrata fosse difficilmente diagnosticabile nelle condizioni date.

La validità delle conclusioni peritali

Del resto sul punto, la difesa non aveva articolato alcuna osservazione atta a indebolire le conclusioni peritali criticamente fatte proprie dai giudici di merito, al contrario, la valutazione sulla correttezza o meno delle manovre farmacologiche approntate nelle ore che avevano preceduto il parto cesareo era stata correttamente valutata alla luce della oggettiva rarità e difficile diagnosticabilità, anche per il suo manifestarsi silente, della patologia che aveva determinato la morte della neonata.

Così tracciati i parametri di giudizio, il Supremo Collegio non ha ravvisato alcun vizio nella valutazione compiuta dalla corte territoriale, che – concordemente al giudice di primo grado – era pervenuta alle conclusioni rassegnate mettendo a raffronto i saperi scientifici acquisiti al processi rilevandone anche talune convergenze, non prima però di avere dato atto dell’autorità scientifica dell’esperto e dell’affidabilità dei riferimenti scientifici utilizzati.

Il giudizio di legittimità

Invero, ad avviso degli Ermellini, la difesa aveva omesso di considerare quanto più avanti precisato dalla stessa corte territoriale: ciò che aveva assunto dirimente significato nel passaggio da un tracciato indeterminato a quello patologico (con conseguente insorgenza dell’obbligo di intervenire chirurgicamente) era stata un’associazione di fattori e non solo la assenza della variabilità del battito. Ad essa, infatti, si era accompagnata una serie di decelerazioni tardive con prolungata brachicardia, cosicchè la tempistica dell’intervento chirurgico era risultata coerente con tale classificazione del tracciato.

Quanto poi, alle manovre farmacologiche approntate dalla imputata, la quale aveva disposto, dopo aver sospeso l’ossitocina e somministrato il farmaco antagonista, la ripresa della somministrazione del primo, ancora una volta la corte fiorentina – nel rispondere al relativo rilievo difensivo, ritenendo tale singolo comportamento non dirimente e risolutivo nella complessiva gestione della situazione, avvenuta nel sostanziale rispetto delle linee guida che imponevano la sospensione dell’ossitocina e l’infusione di prostaglandine, aveva messo in evidenza la sostanziale irrilevanza della questione rispetto all’accertata causa interruttiva del nesso di causa tra condotta ed evento, alla luce del ritenuto carattere non salvifico di un parto cesareo anticipato anche di due-quattro ore: il perito, sul punto, aveva ammesso che non erano disponibili indagini per stabilire esattamente quando tale emorragia si fosse verificata e con quale velocità, sebbene, sulla base di taluni elementi tratti dall’esame necroscopico, aveva ritenuto – in via approssimativa e in termini di mera verosimiglianza – che essa si fosse verificata prima che il tracciato diventasse francamente patologico.

La decisione

“Tali conclusioni, non sorrette da indagini di riferimento e fondante pertanto solo sugli elementi scientifici disponibili”, sono state considerate “logiche e comunque tali da indurre un dubbio ragionevole – siccome non apoditticamente espresso, ma basato su un elemento tratto dall’esame necroscopico in ordine alla spiegazione secondo cui l’emorragia non poteva considerarsi sofferenza sub acuta, bensì acuta, tale quindi da collocarsi a distanza temporale più ravvicinata (e da far concludere per l’effetto salvifico di un intervento chirurgico anticipato), dubbio che giustificava l’assoluzione” della dottoressa per la morte della neonata.

Avv. Sabrina Caporale

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