È configurabile il reato di abbandono di persona incapace anche in caso di semplice custodia derivante da una situazione di fatto come quella di prendersene volontariamente cura

La vicenda

La Corte d’Appello di Palermo aveva confermato la condanna a carico dell’imputato, per il delitto di cui all’art. 591 c.p., perché, in qualità di nipote dell’anziana ed inabilitata zia della quale si era fatto volontariamente carico, la abbandonava omettendo di accudirla.

La donna era stata soccorsa dal personale del Servizio Sociale del Comune che l’aveva trovata in un magazzino privo di riscaldamento, versante in condizioni igieniche pessime e di scarsa nutrizione ed incapace di deambulare autonomamente nonché di provvedere a sé stessa.

Contro la sentenza della corte d’appello siciliana l’imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando l’errata configurazione del reato contestato a suo carico. Ed invero, egli non era stato investito di alcuna posizione di garanzia rispetto all’anziana zia, la quale al contrario, essendo inabilitata, era stata affidata dal giudice tutelare alle cure di un tutore che a sua detta si era sempre disinteressato di tale ufficio, costringendolo ad un compito di supplenza, cui aveva provveduto con le proprie esigue risorse.

Il delitto di abbandono di persone minori o incapaci

Il delitto di abbandono di persone minori o incapaci, previsto dall’art. 591 c.p., è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da un soggetto che riveste una posizione di garanzia nei confronti del soggetto passivo: la condotta incriminata si sostanza, infatti, nella volontaria sottrazione, anche solo parziale o temporanea, agli obblighi di custodia o di cura esistenti nei confronti del minore o dell’incapace, con la consapevolezza della esposizione a pericolo della vita o dell’incolumità individuale del soggetto incapace di attendervi da solo.

La giurisprudenza ha già chiarito che il bene giuridico tutelato dalla norma è “il valore etico-sociale della sicurezza della persona fisica contro determinate situazioni di pericolo, che non devono necessariamente realizzarsi; perciò la condotta di “abbandono” resta integrata da qualunque azione od omissione, contrastante con il dovere giuridico di cura o custodia, che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale per la vita o incolumità del soggetto passivo”.

Il principio di diritto

In particolare, il Supremo Collegio (Quinta Sezione, sentenza n. 49318/2019) ha chiarito che in base al tenore letterale dell’art. 591 comma 1 c.p., se la relazione di cura può scaturire solo da un dovere giuridico (in quanto il soggetto attivo “deve” avere cura del soggetto passivo), la relazione di custodia può, invece, sorgere anche da una situazione di fatto (in quanto il soggetto attivo “ha” la custodia del soggetto passivo): donde, mentre la relazione di cura è una relazione necessariamente giuridica che deve scaturire da una valida fonte giuridica formale (legge o contratto) precedente all’espletamento della prestazione di assistenza, quella di custodia è una relazione anche di fatto, purché sia attuale ed effettivamente sussistente al momento dell’abbandono, senza che rilevi la fonte dalla quale essa è sorta.

La decisione

Nel caso di specie, tale relazione era certamente ravvisabile tra la vittima e l’imputato, dal momento che quest’ultimo si era volontariamente fatto carico, di concerto con il tutore e con l’autorizzazione del giudice tutelare, dell’assistenza dell’anziana zia – della quale percepiva a tal fine metà della pensione sociale – ed avendone, perciò, assunto la custodia era investito di una posizione di garanzia rispetto al bene giuridico della sicurezza della stessa, la quale non era in condizione di provvedere autonomamente alla sua salvaguardia.

Nessun rilievo è stato, invece, attribuito al fatto dell’avvenuta nomina in favore dell’inabilitata di un curatore, posto che, secondo la giurisprudenza, il curatore dell’inabilitato, a differenza del tutore dell’interdetto e del curatore del minore, non rappresenta né si sostituisce all’incapace, ma si limita a sostenerlo integrandone la volontà.

Il ricorso è stato dichiarato, pertanto, inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

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