I camici bianchi sono accusati di omicidio colposo in relazione al decesso di una paziente di 71 anni, morta per una peritonite non diagnosticata nel 2015

Omicidio colposo, soppressione di atto pubblico e falso ideologico. Sono i reati contestati a due medici dell’ospedale di Velletri, finiti a processo per il decesso di una paziente di 71 anni, morta per una peritonite non diagnosticata nel 2015.

La donna – come ricostruisce l’Adnkronos- era stata accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale la sera del 22 luglio per un malore ma, dopo una serie di accertamenti, era stata dimessa il giorno successivo all’ora di pranzo con una diagnosi di crisi ipotensiva.

Il giorno dopo le sue condizioni erano peggiorate e i familiari avevano chiamato il 118. L’anziana era stata trasportata nuovamente in ospedale, questa volta a bordo di un’ambulanza , ma dopo poche ore era morta.

La denuncia dei parenti aveva portato all’apertura di un fascicolo sul caso. L’autopsia aveva ricondotto il decesso a una “peritonite da perforazione di ulcerazione duodenale”, a cui si associava una gastroduodenite emorragica e una cardiopatia ischemica.

Secondo l’ipotesi accusatoria, dunque, i medici avrebbero sbagliato la diagnosi curando la paziente per una patologia diversa dalla peritonite poi riscontrata dall’esame necroscopico

L’inchiesta è sfociata nel rinvio a giudizio dei due professionisti indagati. In base a quanto riportato nel relativo decreto,  i camici bianchi ”in concorso tra loro e in cooperazione colposa” non ”eseguendo un’anamnesi accurata, non eseguendo una tac e un’ecografia addominale, non disponendo il ricovero”, avrebbero cagionato “per negligenza, imprudenza e imperizia” la morte della donna.

Inoltre,  per l’accusa,  i due medici avrebbero nascosto nell’armadietto di uno dei due la cartella clinica originale della donna relativa al ricovero, in cui erano contenuti gli esami eseguiti. I dottori,  in qualità di pubblici ufficiali, avrebbero dunque occultato un atto pubblico vero “al fine di conseguire il vantaggio di impedire o comunque ritardare gli accertamenti in ordine alle loro responsabilità”.

Infine agli imputati viene contestato di aver attestato falsamente il rifiuto della donna al ricovero in una diversa struttura. I familiari della vittima, infatti, negano di essere  mai stati informati di questa possibilità.

I legali dei due camici bianchi, tuttavia, si dicono  convinti dell’assoluta estraneità dei loro assistiti.

La stessa prima consulenza tecnica dei medici legali incaricati dal pm – sottolineano all’Adnkronos l’avvocato Gianfranco Annino e l’avvocato Renato Giugliano – avrebbe escluso ogni possibile omissione o responsabilità penale dei professionisti. “Poi il pm ha fatto fare un’altra valutazione, una consulenza sulla base delle carte, che ha ipotizzato una remota possibile omissione e sulla base di questo si è proceduto”.

Quanto alla presunta sparizione della cartella clinica, secondo i legali,  si tratterebbe solo di “un malinteso”. “Non c’è stato nessun occultamento – spiegano – anche perché l’originale è quella inserita nel sistema informatico che è immodificabile”.

Infine, rispetto all’accusa di aver attestato falsamente il rifiuto della donna al ricovero i legali sottolineano che non sia ”veritiero”. “Per quale motivo il medico avrebbe dovuto fare una cosa del genere dopo aver speso tempo a cercare un posto? Quale vantaggio ci sarebbe per il medico?”

Peraltro, gli avvocati della difesa, nel corso dell’udienza del 15 gennaio scorso, hanno sollevato questione di legittimità costituzionale in riferimento all’articolo 83 c.p.p. nella parte in cui non consente all’imputato di citare il responsabile civile (Asl) per l’eventuale risarcimento del danno, soprattutto in riferimento all’articolo 7 della Legge Gelli-Bianco secondo la quale la struttura sanitaria risponde per le condotte dolose o colpose dei propri medici. Su questa istanza, il Tribunale si è riservato la decisione rinviando all’udienza del 24 giugno.

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