Quesito diagnostico e riservatezza, la questione arriva al Garante della Privacy

0

L’istanza arriva dall’Omceo di Verona, a seguito dell’emissione di una circolare della Regione Veneto che obbliga i medici ad indicare la diagnosi nella ricetta bianca dematerializzata

In alcune Regioni sussiste l’obbligo da parte del medico di indicare sull’impegnativa la diagnosi o il sospetto di diagnosi per la quale si richiedono prestazioni sanitarie per il paziente. Accade ad esempio in Veneto, in base ad una direttiva emessa a settembre 2015 dal direttore generale della Sanità, dove il medico, nel compilare la ricetta bianca, è chiamato ad indicare il quesito diagnostico. In caso di omissione, gli operatori del Cup addetti alla prenotazione possono rifiutarsi di procedere con la prenotazione stessa.

E proprio in Veneto il quesito diagnostico ha aperto negli ultimi giorni una polemica incentrata sul diritto alla privacy del paziente. L’indicazione della diagnosi, infatti, da un lato costituisce un’utile forma di comunicazione con gli altri professionisti del sistema sanitario che consente di offrire un migliore servizio all’utente, come ad esempio fornire risposte clinicamente più precise al medico che ha prescritto l’esame, dall’altro consente anche al personale non sanitario, quali gli operatori amministrativi dell’Asl, di venire a conoscenza di dati che in alcuni casi sono ultra sensibili, con una conseguente violazione della riservatezza del paziente.

Il presidente Omceo di Verona, Roberto Mora, ha sollevato la questione all’Assessorato alla Salute della Regione Veneto, proponendo e richiedendo la fattibilità di una soluzione già avanzata in ambito professionale, ovvero la scrittura dell’esito diagnostico in una busta chiusa che accompagna la prescrizione. Dopo aver incassato la risposta negativa dell’Assessorato, Mora si è rivolto direttamente al Garante della Privacy. “Il quesito è formalizzato, attendo risposta” afferma in un’intervista il presidente Omceo di Verona, secondo cui la norma regionale non sarebbe coerente con le regole nazionali. “Queste affermano che un paziente, anche ove dicesse no a che io istruisca il suo fascicolo sanitario elettronico, ha diritto ad essere assistito dal servizio sanitario nazionale. La circolare veneta, che evoca il rifiuto della prenotazione se il dato del paziente non è visibile all’operatore amministrativo, potrebbe configurare il reato di omissione di atti d’ufficio. Inoltre sottende conseguenze pericolose per il medico: se dimenticassi per errore di scrivere il quesito su un paziente anginoso, l’operatore lo rimandasse da me e quello a casa o nel tragitto morisse per una crisi, di chi sarebbe la colpa?”.

Mora chiarisce di non essere contrario all’invio del quesito diagnostico ad altri sanitari, che ritiene deontologicamente corretto, ma ai non sanitari. “Gli operatori del Cup – continua il medico – sono tenuti a controllare, e quindi di fatto leggono i sospetti diagnostici indicati dal medico. Influenza, gastrite, ma anche patologie più private come l’epatite o l’Hiv. Dati personali riservatissimi, in definitiva, sono alla portata di personale non sanitario, non tenuto al segreto professionale.”

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui