Relazione medico paziente, 23mila camici bianchi a lezione per migliorare le tecniche comunicative

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Lo sancisce il codice deontologico e lo confermano evidenze scientifiche: il tempo di comunicazione è tempo di cura

Sono stati quasi 23mila i medici che, in un solo anno, da giugno 2015 a giugno 2016, hanno aderito al corso di formazione continua organizzato da FNOMCeO per migliorare le tecniche comunicative con il paziente e la sua famiglia. A spiegarlo è il presidente della Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Roberta Chersevani, che sottolinea come, dai ginecologi ai cardiologi, passando per gli otorini, sono sempre di più i camici bianchi che vanno a lezione per riuscire a dialogare meglio con i loro assistiti.

Dialogo, empatia, scambio, relazione, sono elementi la cui importanza è sempre più avvertita nell’ambito del rapporto medico paziente, anche nell’ottica di un beneficio in termini di salute. Secondo il rapporto Pit salute 2015, elaborato dal Tribunale dei Diritti del Malato – Cittadinanzattiva, su oltre 24mila segnalazioni ricevute il 3,6 % riguardava comportamenti di incuria da parte del personale sanitario, atteggiamenti sgarbati e difficoltà a ricevere informazioni sulle proprie condizioni, confermando quindi la portata e l’importanza dell’aspetto ‘comunicativo’ accanto a problemi come liste d’attesa, errate diagnosi e costi dei ticket.

A confermare la tendenza secondo cui la qualità della comunicazione si riflette sulle cure non mancano evidenze scientifiche. Un’analisi comparativa condotta da ricercatori del Massachusetts General Hospital, ad esempio, ha selezionato 13 studi clinici in cui i medici erano stati sottoposti a training per prestare attenzione alle emozioni dei pazienti, dimostrando che l’effetto sulla prognosi era statisticamente significativo, spesso dello stesso ordine di grandezza di molti trattamenti medici standard. Un’altra indagine internazionale condotta su 10mila persone e presentata nel 2015 al Congresso dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete, ha evidenziato, invece, come una comunicazione ‘incoraggiante’ e ‘collaborativa’ da parte del medico, al momento della diagnosi di diabete 2, sia correlata ad una maggiore aderenza alla terapia

Lo stesso codice deontologico medico sancisce che “il tempo di comunicazione è tempo di cura”, anche se spesso proprio la mancanza di tempo, o di sensibilità, o ancora di tecniche (per comunicare una diagnosi, ridurre il conflitto, sviluppare empatia) distoglie dall’importanza di tale binomio. “Se il paziente si fida del medico – conferma Chersevani – è anche più predisposto a seguirne le indicazioni terapeutiche e meno incline a una relazione conflittuale, che può sfociare in un aumento anche delle denunce. In ultimo, una buona comunicazione riduce l’impatto della medicina difensiva e dei suoi alti costi per la sanità pubblica”.

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