Come nel divorzio, l’assegno assolve a una funzione assistenziale e compensativa anche nel procedimento di separazione dei coniugi

“Ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento nella separazione, è priva di rilevanza la richiesta di provare l’alto tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e la rilevante consistenza del patrimonio di uno dei coniugi. I criteri utilizzabili sono quello assistenziale e quello compensativo”. Tale importante principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione (Sez. VI-1, Ordinanza n. 26084 del 5 ottobre 2019) .

La Suprema Corte ha chiarito il concetto di irreversibilità della crisi coniugale ai fini della separazione personale dei coniugi e ha ribadito che la quantificazione del mantenimento prescinde dall’utilizzo del criterio del tenore di vita in analogia con l’assegno divorzile.

In un giudizio di separazione il marito rimaneva contumace e il Tribunale accoglieva la domanda della moglie senza l’imposizione di alcun assegno di mantenimento stante la autosufficienza economica di entrambe le parti.

La sentenza veniva impugnata dall’uomo il quale chiede che il giudizio sia dichiarato nullo per non essere stato convocato a presenziare all’udienza presidenziale e per non avere ricevuto la notifica dell’ordinanza di fissazione dell’udienza davanti al giudice istruttore.

La Corte d’Appello dichiarava nullo il procedimento per la mancata comparizione del marito all’udienza presidenziale senza rimettere la causa al tribunale. Nel merito riteneva infondata la richiesta di accertamento sull’intollerabilità della convivenza, presupposto richiesto dall’art. 151 c.c., e disponeva il versamento da parte della moglie a favore del marito  di un assegno di mantenimento di 1.500 euro mensili.

La vicenda approda in Cassazione.

Anche contro questo provvedimento, l’uomo ricorre in Cassazione.

La Suprema Corte chiarisce che l’intollerabilità della convivenza è un fatto psicologico individuale.

Pertanto,  non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere da una condizione di disaffezione al matrimonio di una sola delle parti, che renda incompatibile la convivenza.

Tale circostanza deve essere verificata in base a fatti oggettivi e a tal fine rileva, sia la presentazione stessa del ricorso separativo, sia il risultato del tentativo di conciliazione da esperire in sede di comparizione all’udienza presidenziale.

I Giudici di merito stabilivano l’imposizione del mantenimento a favore del marito poiché accertavano un importante squilibrio economico.

Proprio per tale ragione l’uomo chiedeva ai Giudici d’Appello la rideterminazione dell’assegno in suo favore da € 1.500 a € 6.000.

La Suprema Corte al riguardo richiama l’orientamento di legittimità applicabile all’assegno divorzile e sottolinea che “è irrilevante la richiesta di provare l’alto tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e la notevole consistenza del patrimonio della moglie, dovendosi attribuire all’assegno, una funzione assistenziale – ampiamente soddisfatta dalla misura dell’assegno riconosciuto al ricorrente – e una funzione compensativa, i cui presupposti non sono stati provati”.

Il ricorso viene respinto e rinviato alla Corte territoriale in diversa composizione poiché la mancata rimessione al primo Giudice dopo la declaratoria di nullità del procedimento, non rientra nelle previsioni di cui all’art. 353 e ss c.p.c., e, in tal caso, il Giudice di Appello deve decidere la causa nel merito, dopo aver dichiarato la nullità e autorizzare tutte le attività che dovevano essere esperite (Cass. Civ. n. 26361/2011 e Cass. Civ. 8713/2015).

Avv. Emanuela Foligno

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