Respinto il ricorso di un uomo condannato per stalking, che aveva prodotto messaggi provenienti dalla persona offesa dal contenuto inequivocabilmente amichevole nei suoi confronti

In materia di stalking, il temporaneo ed episodico riavvicinamento della vittima al suo persecutore non interrompe l’abitualità del reato, né inficia la continuità delle condotte, quando sussista l’oggettiva e complessiva idoneità delle condotte a generare nella vittima un progressivo accumulo di disagio, che degenera in uno stato di prostrazione psicologica in una delle forme descritte dall’art. 612-bis cod. pen. Lo ha chiarito la Suprema Corte nell’ordinanza n. 22785/2020 pronunciandosi sul ricorso presentato da un uomo condannato ai sensi dell’art. 612 bis del codice penale per atti persecutori nei confronti della donna con cui aveva intrattenuto una relazione sentimentale.

Più specificamente, gli Ermellini hanno esaminato l’impugnazione dell’uomo contro la decisione del Tribunale del riesame di sostituire, nei suoi confronti, la misura cautelare della custodia in carcere, disposta per aggravamento della precedente misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa, con quella degli arresti domiciliari.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte il ricorrente, tra gli altri motivi, eccepiva la contraddittorietà della motivazione, “che aveva considerato le condotte, in tesi di accusa persecutorie, realizzate fin da novembre 2019 mentre la difesa aveva prodotto messaggi provenienti dalla persona offesa di gennaio 2020 dal contenuto inequivocabilmente amichevole nei confronti dell’indagato ed incompatibili con l’ipotesi accolta dai Giudici del merito cautelare”.

I Giudici del Palazzaccio, tuttavia, hanno ritenuto la doglianza inammissibile.

Il motivo del ricorso, infatti, non si confrontava con la motivazione adeguata resa sul punto dai Giudici del merito cautelare, che avevano sottolineato la pluralità di messaggi provenienti dall’indagato in quel medesimo periodo, di contenuto offensivo e minatorio, correttamente giudicando tali condotte, nel quadro indiziario già chiaramente delineato, alla stregua della norma ex art 612 bis c.p.

La Cassazione ha specificato che il principio richiamato, affermato in una fattispecie concreta relativa ad atti persecutori commessi dal padre nei confronti della madre non convivente del figlio minore, “poteva probabilmente estendersi, per fatto notorio sulla base di dati di comune esperienza delle cose, alla pluralità dei casi di delitti di stalking, in cui i precedenti complessi rapporti sentimentali tra le parti giustificano la presenza di relazioni, e quindi comportamenti, ambivalenti in particolare della vittima nei confronti dell’autore del delitto”.

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