Trattamenti fisioterapici praticati a causa di infortunio sul lavoro in itinere (Cassazione civile, sez. lav., dep. 15/06/2022, n.19314).

Trattamenti fisioterapici ritenuti abnormi e licenziamento intimato per giusta causa.

La Corte d’appello di Milano ha respinto il reclamo principale proposto dall’Assicurazione e il reclamo incidentale del lavoratore, confermando la sentenza di primo grado che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento per giusta causa intimato il 21.8.2018 ed applicato la tutela prevista dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, come modificato dalla L. n. 92 del 2012.

La Corte milanese ha evidenziato che al lavoratore veniva contestato di avere, in maniera continuativa dal 2015 fino all’inizio del 2018, addebitato alla società datoriale “immotivatamente” il rimborso di una quantità abnorme e ingiustificata di spese sanitarie per trattamenti fisioterapici, per sé e per la sua compagna, eseguiti con frequenza pressoché quotidiana.

Tali trattamenti fisioterapici erano stati effettuati senza diagnosi clinica e sulla base di prescrizioni mediche occasionali (in media una all’anno a coprire tutti i 12 mesi), con un costo per seduta “gonfiato” rispetto a quello ordinario.

Ulteriori rimborsi erano stati chiesti per trattamenti fisioterapici praticati dopo l’infortunio in itinere subito dal lavoratore il 26.5.17, con frattura al piede sinistro, benché l’Inail avesse accertato la cessazione della malattia conseguente all’infortunio.

Anche questi trattamenti fisioterapici venivano eseguiti in misura e frequenza abnorme.

La Corte d’appello ha rilevato che i trattamenti fisioterapici, per cui il lavoratore aveva chiesto e ottenuto il rimborso, erano stati, negli anni dal 2016 al 2018, circa 370 per il lavoratore  e 470 per la sua compagna, per un valore complessivo di oltre Euro 55.000. Tuttavia, non risultava che il lavoratore avesse chiesto rimborsi superiori al massimale previsto dal contratto, né che la società avesse contestato in modo esplicito la non veridicità della documentazione o delle dichiarazioni fornite a supporto della domanda di rimborso.

Avverso tale sentenza l’Assicurazione ha proposto ricorso per cassazione. Con il primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, in relazione al principio di assenza di formalismo della contestazione disciplinare e sul rilievo dell’avvenuto esercizio del diritto di difesa del lavoratore e del principio di immutabilità della contestazione.

Si addebita alla Corte di merito di avere erroneamente interpretato il contenuto della contestazione disciplinare (di ingiustificatezza dei rimborsi  per i trattamenti fisioterapici), la cui completezza e specificità dovevano essere valutati anche alla luce delle difese e controdeduzioni del lavoratore; di avere erroneamente richiamato il principio di immutabilità della contestazione, essendosi la società limitata a fornire ulteriori specificazioni o precisazioni in risposta alle giustificazioni del lavoratore, al fine di evidenziare la non plausibilità e l’infondatezza della versione difensiva.

Gli Ermellini osservano che la contestazione dell’addebito ha lo scopo di consentire al lavoratore incolpato l’immediata difesa e deve, conseguentemente, rivestire il carattere della specificità, senza l’osservanza di schemi prestabiliti e rigidi, purché siano fornite al lavoratore le indicazioni necessarie per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti addebitati.

Il fatto contestato ben può essere ricondotto ad una diversa ipotesi disciplinare, ma l’immutabilità della contestazione preclude al datore di lavoro di far poi valere, a sostegno della legittimità del licenziamento stesso, circostanze nuove rispetto a quelle contestate.

Il motivo di ricorso non prospetta alcuna violazione dei canoni ermeneutici, limitandosi a contrapporre alla plausibile lettura data dal Giudice di merito, una lettura alternativa, che valorizzi il comportamento del destinatario della contestazione.

La censura risulta quindi inammissibile.

Con il secondo motivo si sostiene che la Corte territoriale abbia addossato alla società oneri probatori non di sua competenza (ad es., sulla effettiva esecuzione dei trattamenti fisioterapici), assolvendo integralmente il lavoratore dai propri oneri.

Anche il secondo motivo di ricorso è inammissibile sia nella parte in cui censura la violazione dell’art. 2697 c.c., in quanto denuncia l’erronea distribuzione dell’onere probatorio sulla base di una interpretazione della lettera di contestazione diversa da quella adottata dai Giudici di merito; sia nella parte in cui critica la valutazione del materiale probatorio al di fuori del perimetro segnato dall’art. 360 c.p.c., n. 5.

Comunque, la Corte di merito ha correttamente addossato l’onere di prova dell’addebito disciplinare al datore di lavoro ed ha ritenuto che tale onere non fosse stato assolto, giudicando gli elementi indiziari raccolti non univoci e non sufficienti a dimostrare la sussistenza del fatto contestato.

Il ricorso viene dichiarato inammissibile.

Avv. Emanuela Foligno

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