Troppe ore di lavoro straordinario giustificano il diritto del lavoratore al risarcimento del danno da usura psico-fisica, di natura non patrimoniale, distinto da quello biologico

La vicenda

Un dipendente con mansioni di addetto alla vigilanza, aveva agito in giudizio contro la società datrice di lavoro al fine di ottenere il pagamento della somma di 16.501 euro quale corrispettivo delle numerose ore di straordinario svolte negli anni 2008 – 2012 e mai pagate.

In primo grado il giudice del lavoro respingeva la domanda per l’anno 2008, rilevando che le ore di lavoro straordinario erano state espletate sulla base di precise richieste del lavoratore; accoglieva invece, la domanda per gli anni successivi.

All’esito del giudizio di secondo grado, la Corte d’appello di Torino accoglieva il ricorso del lavoratore anche in relazione alle ore di lavoro straordinarie prestate nel 2008 e quindi condannava la società alla corresponsione dell’ulteriore somma di 10.559,94 euro. Per i giudici della corte di merito, sebbene il ricorrente avesse chiesto di effettuare il lavoro straordinario, l’art. 81 del CCNL non consentiva di protrarre la prestazione lavorativa straordinaria oltre l’esigibile, sforando nel caso in esame tutti i massimali; inoltre quanto alla quantificazione di dette ore, doveva ritenersi inadeguato il risarcimento del 30% riconosciuto dalla società.

Il diritto al risarcimento per le eccessive ore di lavoro straordinario

La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, ordinanza n. 12540/2019) ha confermato la decisione precisando che prestazione lavorativa “eccedente”, che supera di gran lunga i limiti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva e si protrae per diversi anni, cagiona al lavoratore un danno da usura psico-fisica, di natura non patrimoniale e distinto da quello biologico, la cui esistenza è presunta nell’an in quanto lesione del diritto garantito dall’art. 36 Cost., mentre ai fini della determinazione occorre tenere conto della gravità della prestazione e delle indicazioni della disciplina collettiva intesa a regolare il risarcimento “de qua” (in termini Cass. 14.7.2015 n. 14710; Cass. 23.5.2014 n. 11581).

Nel caso in esame non vi era alcun difetto di allegazione e prova avendo il ricorrente prospettato nei gradi di merito sia il numero delle ore straordinarie svolte che il periodo di riferimento: elementi dai quali la Corte territoriale, con argomentazioni congruamente motivate, aveva rilevato la “abnormità” della prestazione eseguita e, quindi, tale di per sè da compromettere l’integrità psicofisica e la vita di relazione del lavoratore, secondo un corretto ragionamento logico-giuridico.

Il “concorso colposo” del lavoratore

Quanto alla questione del “concorso colposo” del lavoratore, che avrebbe egli stesso richiesto di effettuare prestazioni oltre i limiti consentiti, i giudici della Suprema Corte hanno rilevato, come giustamente affermato dalla Corte di merito, che “a fronte di un obbligo ex art. 2087 c.c. per il datore di lavoro di tutelare l’integrità psico-fisica e la personalità morale del lavoratore, la volontarietà di quest’ultimo, ravvisabile nella mera disponibilità alla prestazione lavorativa straordinaria, non può connettersi causalmente all’evento rappresentando una esposizione a rischio non idonea a determinare un concorso giuridicamente rilevante”(Cass. 19.1.2017 n. 1295).

Per tutte queste ragioni il ricorso della società è stato rigettato con conseguente condanna al pagamento delle spese di giudizio.

Avv. Sabrina Caporale

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