La Cassazione, in merito alla reversibilità della pensione ai figli, ha ricordato come la vivenza a carico integri una situazione strettamente connessa al requisito sanitario.

La Cassazione, con l’ordinanza n. 28608/2018, ha fornito dei chiarimenti molto importanti sulla pensione di reversibilità, ricordando come la vivenza a carico integri una situazione connessa al requisito sanitario.

Difatti, in caso di decesso dell’assicurato o pensionato iscritto presso una delle gestioni dell’INPS, i familiari superstiti hanno diritto alla pensione di reversibilità ove ricorrano determinate condizioni.

Come noto, infatti, non è solo il coniuge superstite a beneficiare del trattamento pensionistico.

Ci sono anche altri beneficiari.

Figli ed equiparati, ad esempio, che alla data di decesso dell’assicurato o del pensionato non abbiano superato il 18° anno di età o, indipendentemente dall’età, siano riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di quest’ultimo.

Ma cosa si intende con il requisito della vivenza a carico?

La Cassazione ha ritenuto che l’onere di provare il fatto costitutivo di tale diritto gravi sul figlio superstite che fa valere in giudizio il diritto alla pensione di reversibilità, ai sensi dell’art. 2697 c.c..

Un ulteriore chiarimento sulla nozione di vivenza a carico ai fini della reversibilità padre-figlio è giunta dall’ordinanza in oggetto. Con essa, la sezione lavoro della Cassazione ha accolto un ricorso nei confronti dell’INPS.

La vicenda

Nel caso di specie, alla morte del genitore, il figlio, affetto da gravi problemi psichiatrici e dichiarato invalido al 100%, aveva richiesto la pensione di reversibilità.

Ciononostante, la Corte d’Appello di Bologna aveva rigettato la domanda ritenendo non allegato e provato la sussistenza del fondamentale requisito della vivenza a carico alla data di decesso del padre.

Gli Ermellini, a tal proposito, ricordano che era stato il ricorrente stesso a dichiarare nella domanda di pensione che il padre prevedeva con continuità al proprio mantenimento.

Inoltre, la condizione socio-economica del ricorrente, così come risulta anche dalla documentazione medica prodotta, porta a confermare il predetto requisito.

In merito alla vivenza a carico, questo è un requisito che integra una situazione complessa che non si identifica, né con la mera coabitazione, né con una situazione di totale soggezione finanziaria del soggetto inabile.

Essa viene a sussistere in presenza dell’impossibilita a svolgere qualsiasi attività lavorativa. Ai fini della relativa valutazione, i giudici a quo avrebbero dovuto prendere in considerazione tutti gli elementi di giudizio acquisiti in base ai quali poter ricostruire la sussistenza o meno di una rilevante dipendenza economica del figlio inabile dal padre ormai defunto.

Nel caso di specie, la situazione era stata pienamente dimostrata anche dal contenuto delle perizie.

Queste avevano accertato l’invalidità totale e l’impossibilita del ricorrente di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

Inoltre, le perizie evidenziavano che le patologie di natura psichiatrica del ricorrente si erano sviluppate e aggravate proprio nell’ambito del contesto familiare all’interno del quale era inserito.

Inoltre, il primo CTU aveva spiegato che il figlio era rimasto a casa con i genitori e il secondo che i suoi disturbi si fondavano sulla tragica condizione familiare, del vissuto in famiglia con un violento padre alcolista.

Alla luce di quanto esposto, la Cassazione ha dichiarato che la sentenza impugnata vada cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti, la domanda vada integralmente accolta. L’Inps è stato così condannato non solo a erogare la pensione di reversibilità al figlio con la decorrenza dovuta per legge, ma anche alla rifusione delle spese per tutti e tre i gradi di giudizio.

 

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