Respinto il ricorso dell’imputata – accusata di atti persecutori – che eccepiva l’assenza del grave stato di ansia e paura richiesto dalla norma incriminatrice

Era stata condannata in primo grado e in appello alla pena di giustizia e al risarcimento del danno per due distinte sequenze di atti persecutori ai danni di marito e moglie, rispettivamente istruttore e titolare di un’autoscuola. L’imputata, nello specifico, era accusata di essersi appartata reiteratamente vicino alla loro abitazione nonché nei pressi dell’autoscuola stessa, ostacolando ripetutamente le manovre dei clienti durante le esercitazioni alla guida. In un’occasione, inoltre, la donna aveva anche minacciato una delle persone offese, mentre per due volte era stata vista davanti alla scuola del figlio più piccolo della coppia.

Nell’impugnare la pronuncia del Collegio di appello davanti alla Suprema Corte di Cassazione, la ricorrente eccepiva, tra gli altri motivi, il vizio di motivazione quanto all’evento del reato di stalking, dal momento che le persone offese avevano sporto querela dopo oltre due anni dal primo episodio asseritamente persecutorio, il che dimostrava, a suo giudizio, l’assenza del grave stato di ansia e paura richiesto dalla norma incriminatrice. I giudici di merito avevano inoltre trascurato anche la soluzione di continuità che vi era stata tra i due blocchi di atti persecutori, distanziati gli uni dagli altri di circa un anno e mezzo e, comunque, avevano omesso qualsiasi analisi circa l’idoneità, astratta e concreta, della condotta a lei addebitata a provocare, nelle vittime, lo stato di ansia e paura apoditticamente ritenuto sussistente.

I Giudici Ermellini, con la sentenza n. 12888/2020 hanno ritenuto il ricorso inammissibile, in quanto manifestamente infondato e aspecifico.

La ricorrente continuava, infatti, ad insistere su temi già affrontati dal primo Giudice e poi nuovamente vagliati dalla Corte di appello; in particolare, il ricorso ometteva di confrontarsi con gli enunciati della sentenza impugnata che – facendo leva sui plurimi contributi testimoniali raccolti nel corso del dibattimento di primo grado, non solo quelli delle parti lese – avevano concluso nel senso che le condotte a lei attribuite potevano dirsi accertate e, soprattutto, che le medesime erano idonee a determinare un grave e perdurante stato di ansia e paura in capo alle vittime.

In questo senso, la Corte territoriale aveva razionalmente valutato come plausibili le ragioni del ritardo nella denunzia ed aveva altresì neutralizzato il tema difensivo circa la volontà delle persone offese di tutelare non già la propria persona, ma il buon nome dell’autoscuola, evidenziando come quest’ultima fosse solo in parte coinvolta dalle condotte persecutorie dell’imputata. Ebbene, di fronte a questo quadro motivazionale, la ricorrente era venuta meno al dovere di specificità che grava su chi propone ricorso per cassazione, dovere in base al quale i motivi di ricorso sono inammissibili non solo quando risultino intrinsecamente indeterminati, ma altresì quando difettino della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento del provvedimento impugnato.

La redazione giuridica

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