La falsificazione dell’assegno bancario, avente clausola di non trasferibilità, non rientra più tra quelle soggette a sanzione penale ed integra un illecito civile, mentre permane la rilevanza penale dei falsi in titoli di credito trasmissibili per girata

La vicenda

Il Tribunale di Milano aveva condannato l’imputato alla pena di un anno e due mesi di reclusione, perché ritenuto responsabile della falsificazione di un assegno delle Poste italiane, con clausola non trasferibile, dell’importo di 28.000,00, commessa apponendo la dicitura “circolare” sotto la cifra di emissione nonché la dicitura “il direttore” sulla firma di traenza; l’assegno era stato ceduto alla persona offesa, allo scopo di eseguire la truffa relativa all’acquisto di un’autovettura Range Rover.

La sentenza era stata impugnata con ricorso per Cassazione dal Procuratore generale presso la Corte di appello di Milano, che aveva denunciato la violazione di legge, con riferimento agli artt. 485 e 491 c.p., in relazione al D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7.

Come premesso, l’assegno di cui si contestava la falsificazione era un assegno postale con la dicitura non trasferibile, di importo superiore a mille euro che l’imputato, secondo la ricostruzione del giudice di merito, aveva trasformato in assegno “circolare”.

A tal proposito, il ricorrente aveva osservato che la contraffazione inerente assegni bancari o postali non trasferibili è condotta non più prevista come reato, in quanto fatta confluire nella previsione di cui all’art. 485 c.p. (Sez. U, n. 40256 del 19/07/2018); per queste ragioni aveva chiesto l’annullamento senza rinvio quanto alla condotta di cui all’art. 485 c.p., perché il fatto non è previsto come reato, con annullamento, con rinvio, ai fini della rideterminazione del trattamento sanzionatorio.

Il ricorso è stato accolto (Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, sentenza n. 13279/2020). Il Supremo Collegio, ha richiamato il principio di diritto, da ultimo ribadito dalle Sezioni Unite in tema di falso in scrittura privata (Sez. U, n. 40256 del 19/07/2018; Sez. U, n. 4 del 20/02/2007; Sez. 5, n. 32972 del 04/04/2017; Sez. 5, n. 11999 del 17/01/2017; Sez. 5, n. 3422 del 22/11/2016) secondo il quale, in tema di falso in scrittura privata, a seguito dell’abrogazione dell’art. 485 c.p. e della nuova formulazione dell’art. 491 c.p. ad opera del D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, la condotta di falsificazione dell’assegno bancario, avente clausola di non trasferibilità, non rientra più tra quelle soggette a sanzione penale ed integra un illecito civile, mentre permane la rilevanza penale dei falsi in titoli di credito trasmissibili per girata.

Il principio di diritto

La Corte di legittimità ha chiarito infatti che, dal 4 luglio 2017 (entrata in vigore del D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 90, di attuazione della 4^ direttiva antiriciclaggio) permane il divieto di utilizzo di denaro contante (o di titoli al portatore) per gli importi pari o superiori ad Euro tremila (L. 28 dicembre 2015, n. 208, art. 1, comma 898), fermo restando il limite di 999,99 Euro, per l’emissione di assegni senza clausola di non trasferibilità. Dunque la clausola di non trasferibilità viene indicata, nella pronuncia in commento, come automaticamente derivante, ex lege, per gli assegni di importo pari o superiore a mille Euro, posto il dovere dell’ente emittente, di confezionare e rilasciare solamente assegni già muniti della clausola in prestampato.

Il rilascio di assegni in forma libera, in ogni caso, viene indicato dalla Corte di legittimità come consentito, quanto agli assegni bancari, a fronte di apposita richiesta del cliente, previo versamento di una somma misurata su ciascuno dei moduli che vengono, nel concreto, consegnati al cliente (imposta di bollo). Con evidente scopo di impedire la libera circolazione del titolo, nel quadro di riferimento delineato dalla normativa sulla prevenzione del riciclaggio. La clausola in questione, modifica in concreto il regime della circolazione dell’assegno, così facendo venire meno il requisito della maggiore esposizione al pericolo della falsificazione che giustifica la più rigorosa tutela penale.

Sicché la non trasferibilità del titolo impone di ricondurne l’uso nell’ambito della ipotesi di cui all’art. 485 c.p., fattispecie abrogata, residuando la tutela penale di cui all’art. 491 c.p. per titoli non muniti di detta clausola.

Facendo applicazione di tali principi di diritto il Supremo Collegio ha osservato che nel caso in esame, il reato contestato riguardava proprio la falsificazione di un assegno postale, che rappresenta un mezzo di pagamento equiparabile a quello bancario, avente importo superiore a mille euro, per il quale, dunque, il fatto non è più previsto come reato.

Per queste ragioni il ricorso del Procuratore Generale è stato accolto e la sentenza impugnata annullata senza rinvio.

Avv. Sabrina Caporale

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