Le lesioni non sono compatibili con la caduta accidentale dai primi gradini di una scala, bensì con la caduta da un’altezza superiore a quella di portata della comune scala (Corte d’Appello di Roma, Sez. lavoro, sentenza n. 2699/2020 pubblicata il 13 gennaio 2021)

Il lavoratore cita a giudizio dinanzi il Tribunale di Roma la Società datrice di lavoro onde vederne accertata la responsabilità nella causazione dell’infortunio sul lavoro. Il lavoratore deduceva di essere caduto mentre si trovava su una impalcatura mobile, improvvisamente crollata perché male assemblata, mentre tinteggiava la parete e che a causa dell’evento riportava la lesione della vertebra L2 e la microfrattura della vertebra L3.

Il Tribunale respingeva integralmente il ricorso del lavoratore poiché risultava non provata la nocività dell’ambiente lavorativo.

La decisione viene appellata dal lavoratore che lamenta errata valutazione delle risultanze istruttorie ed errata distribuzione dell’onere della prova.

La Corte d’Appello istruisce la causa mediante CTU Medico-Legale al cui esito ritiene la domanda fondata.

Nel corso del libero interrogatorio il lavoratore precisa che la caduta avveniva da un ponteggio che non era a norma e non da una scala e più esattamente da un trabattello composto però da tre pezzi di trabattello diversi, tanto che il piano sul quale ero salito era assemblato con il fil di ferro e che il soffitto era alto oltre tre metri.

Il Giudice di prime cure riteneva non dimostrata la dinamica del sinistro, e in particolare che il lavoratore non provava di essere posizionato su una impalcatura mobile.

La Corte d’Appello evidenzia che la valutazione delle risultanze istruttorie svolta dal Tribunale è incompleta e le conclusioni raggiunte non sono conformi ai principi dettati in materia.

Evidenzia, inoltre, che l’evento è stato riconosciuto dall’Inail come infortunio sul lavoro con liquidazione a favore del lavoratore di una rendita del 16%.

La CTU espletata ha accertato che la lesione della vertebra L2 e la microfrattura della vertebra L3 sono compatibili con la descrizione del sinistro.

Nello specifico il CTU ha accertato: “Esiti di frattura disco somatica da scoppio della seconda vertebra lombare trattata chirurgicamente con artrodesi L1 -L3 con viti peduncolari e barre in titanio, consistenti in cicatrici chirurgiche, grave limitazione funzionale della colonna lombo -sacrale sofferenza radicolare nel territorio di L5” per la loro gravità e per l’incidenza sull’integrità psico -fisica che ne è conseguita nella misura del 21% “.

Ne deriva che tali lesioni non possono dirsi compatibili con la caduta accidentale dai primi gradini di una scala dedotta dal datore di lavoro e che, comunque, le scale hanno un’altezza insufficiente a cagionare le gravi lesioni subite dal lavoratore.

Le prove testimoniali, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, hanno accertato l’effettiva presenza sul luogo dell’infortunio anche di un trabattello, unitamente ad una scala.

Ad ogni modo, sottolinea il Collegio, accertato che il lavoratore ha patito una caduta dall’alto, riportando le lesioni confermate dalla CTU, non è decisivo, ai fini dell’affermazione della responsabilità della datrice di lavoro, stabilire se la caduta sia avvenuta da una scala, ovvero da un ponteggio mobile/trabattello.

La legge diversifica i lavori in quota proprio in base all’altezza in cui gli stessi devono essere eseguiti ai sensi dell’art. 107 D.LGS. n.81/2008 secondo cui “Agli effetti delle disposizioni di cui al presente capo si intende per lavoro in quota: attivita’ lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto ad un piano stabile “.

Ne deriva che i lavori da eseguire ad un’altezza superiore ai due metri sono sottoposti alla precisa prescrizione di adeguate impalcature, o ponteggi, o idonee opere provvisionali o comunque precauzioni atte ad eliminare i pericoli di caduta di persone e di cose.

Ciò significa che non è sufficiente l’uso di una semplice scala, ma occorre fare ricorso ad uno degli strumenti indicati dalla norma.

Inoltre il DVR prodotto dal datore di lavoro riguardo le tinteggiature interne, indica tra i mezzi e le attrezzature da utilizzare non solo scale, ma anche trabattelli e individua quale rischio specifico la caduta di cose e persone.

Risulta, quindi, totalmente smentita la tesi del datore di lavoro per cui l’utilizzo di impalcature mobili, trabattelli e ponteggi sarebbe riservato ai lavori eseguiti sulle pareti esterne e non interne degli edifici .

Ciò posto, viene affermata la responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c.

Relativamente all’aspetto risarcitorio, la Corte evidenzia quanto accertato dal CTU “Gli stessi esiti incidono sulla complessiva integrità psico -fisica del periziando (danno alla validità biologica), a mio parere, nella misura del 21% (ventuno per cento), risultando piuttosto restrittiva la valutazione dell’INAIL, anche in relazione alle tabelle della legge 38/2000. Quest’ultima prevede infatti per la frattura di una vertebra lombare una valutazione fino al 10%, per la frattura di 2 vertebre lombari fino a 16%. In questo caso, la frattura è una, sia pure da scoppio, ma ha comportato il blocco di 3 vertebre (artrodesi lombare L1 -L3), dunque, il danno è superiore a quanto riconosciuto. Secondo le tabelle della SIMLA l’artrodesi della colonna vertebrale da 2 a 4 corpi vertebrali è valutabile fino al 20% (danno alla validità biologica), ma nel nostro caso c’è in aggiunta una sofferenza radicolare di L5, strumentalmente accertata, per cui – tenuto conto che non può esprimersi una semplice sommatoria aritmetica – ritengo che sia corretta una valutazione di danno biologico nella misura del 21% (ventuno per cento) “.

Ebbene, per consolidata giurisprudenza anche di legittimità, ” le somme eventualmente versate dall’Inail a titolo di indennizzo ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 non possono considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato o ammalato, sicché, a fronte di una domanda del lavoratore che chieda al datore di lavoro il risarcimento dei danni connessi all’espletamento dell’attività lavorativa, il Giudice adito, una volta accertato l’inadempimento, dovrà verificare se, in relazione all’evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal d.P.R. n. 1124 del 1965, ed in tal caso, potrà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (cd. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile; ove siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circo stanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’Inail, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso (Cass . n.9166/2017 e successive conformi).”

In applicazione di tali principi il danno biologico per i postumi permanenti viene quantificato nell’importo di euro 57.354,43, detratto quanto già percepito e da percepire a titolo di rendita Inail.

Il lavoratore ha già percepito , al solo titolo di danno biologico, esclusa quindi la componente patrimoniale, il complessivo importo di euro 15.390,57 al quale vanno aggiunti i ratei di ottobre e novembre 2020, da quantificare nella complessiva somma di euro 186,14.

Alla complessiva somma di euro 15.576,71, deve essere aggiunto il valore capitale della rendita in godimento pari a complessivi euro 28.719,98, per un totale di euro 44.296,69.

In conclusione, al lavoratore a titolo di risarcimento del danno biologico permanente, deve essere riconosciuta la differenza pari ad euro 13.057,74 , oltre il danno biologico da invalidità temporanea, per euro 9.954,00 e danno morale nella misura del 25% per euro 14.338,60.

Le spese di lite di entrambi i giudizi vengono poste a carico del datore di lavoro.

La decisione qui a commento -che si condivide integralmente- si presenta molto interessante in punto di disamina degli argomenti trattati.

Impeccabile lo svolgimento e l’accertamento della fase istruttoria e della liquidazione del danno.

Avv. Emanuela Foligno

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