Le certificazioni non consentono un giudizio sulla patologia psichiatrica permanente causalmente correlabile alle rapine sul luogo di lavoro (Corte d’Appello di Roma, IV Sez. lavoro, sentenza n. 2634/2020 pubblicata il 18 gennaio 2021)

Il lavoratore chiama a giudizio dinanzi il Tribunale di Roma Poste Italiane, in qualità di datore di lavoro, ed esponeva di essere dipendente addetto allo sportello con maneggio di denaro e di aver subito tre rapine sul luogo di lavoro.

Tali eventi erano stati riconosciuti dall’INAIL quali infortuni sul lavoro i cui postumi configuravano un danno morale e psichico che quantifica in euro 55.000,00.

Il Tribunale rigettava il ricorso e compensava le spese di lite.

Il lavoratore propone appello per i seguenti motivi:

  • erronea e contraddittoria motivazione in ordine alla mancata allegazione di elementi di prova utili ai fini della ricostruzione della dinamica degli eventi;
  • violazione della normativa civilistica riguardo la sussistenza di un danno differenziale da addebitare al datore di lavoro, laddove, invece, ella aveva dedotto che l’Inail aveva riconosciuto solo l’inabilità temporanea e nulla a titolo di invalidità permanente;
  • erronea mancata ammissione della prova testimoniale.

La causa viene istruita attraverso CTU Medico-legale e la Corte ritiene l’appello fondato.

Preliminarmente la Corte da atto che il primo Giudice fondava la sua decisione in considerazione della carenza di prova e che il datore di lavoro è tenuto al risarcimento del danno biologico differenziale se il danno accertato è superiore a quello liquidato.

Sulla mancata allegazione degli elementi di prova la Corte osserva che il lavoratore ha indicato l’ufficio ove prestava l’attività lavorativa e le giornate in cui avvenivano le rapine.

Il lavoratore ha anche precisato che il contatto con i clienti avveniva in modo diretto poiché gli uffici erano privi di barriere di protezione tra l’operatore ed il cliente ed ha aggiunto che l’Ufficio postale era rimasto privo di ogni sistema di protezione per la tutela dei dipendenti anche dopo le prime rapine.

Ebbene, tali allegazioni sono sufficienti ad adempiere l’onere di allegazione che incombe sul lavoratore.

La prevedibilità del verificarsi di episodi di aggressione a scopo di lucro è insita nella tipologia dell’attività esercitata da un ufficio postale, stante la costante movimentazione di somme di denaro.

Per tale ragione non può dubitarsi che fosse preciso dovere del datore di lavoro predisporre quei mezzi di tutela, concretamente attuabili secondo la tecnologia disponibile, almeno potenzialmente idonei a tutelare l’integrità fisica del lavoratore, in ossequio al principio dettato dall’art. 2087 cc.

“Il principio secondo cui, in riferimento alla tutela dell’integrità dei lavoratori dipendenti dalle aggressioni conseguenti all’attività criminosa di terzi, l’ambito applicativo dell’art. 2087 c.c. non può essere dilatato fino a comprendervi ogni ipotesi di danno sull’assunto che comunque il rischio non si sarebbe verificato in presenza di ulteriori accorgimenti di valido contrasto, perché in tal modo si perverrebbe all’abnorme applicazione di un principio di responsabilità oggettiva ancorata al presupposto teorico secondo cui il verificarsi dell’evento costituisce circostanza che assurge in ogni caso ad inequivoca riprova del mancato uso dei mezzi tecnici più evoluti del momento”.

La Corte d’Appello evidenzia che la Suprema Corte si è più volte pronunciata in casi simili, di lavoratori vittime di rapina , con conseguenti pregiudizi non patrimoniali di tipo biologico e morale.

Il principio da cui muove la Suprema Corte è appunto quello per cui la responsabilità del datore di lavoro, se è vero che non può essere dilatata fino a comprendere ogni ipotesi di danno verificatosi a carico dei dipendenti a seguito di eventi criminosi, deve essere affermata ogni qualvolta sia accertata la violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di fonte legale, ovvero suggeriti dalle conoscenze sperimentali e tecniche del momento.

Conseguentemente spetta al datore di lavoro valutare se l’attività presenti rischi extra–lavorativi.

Ciò chiarito, riguardo l’invocato danno differenziale il lavoratore deduceva che l’Inail aveva riconosciuto l’inabilità temporanea e non l’invalidità permanente.

Il danno differenziale previsto dall’art. 10 D.P.R. n. 1124/65 trova applicazione qualora il Giudice riconosca che questo è di somma maggiore rispetto all’indennità liquidata all’infortunato ed è dovuto solo per la parte differenziale che eccede l’indennità.

Dalla CTU si evince che le certificazioni del lavoratore, di cui non è stato possibile prendere completa visione, non consentono di esprimere un giudizio positivo in merito alla ricorrenza di una patologia psichiatrica permanente, causalmente correlabile agli eventi criminosi subiti negli anni passati.

Il Consulente ha anche evidenziato che “in data 18/06/2005, a distanza di circa due mesi dalla prima rapina, veniva posta diagnosi di “grave depressione endogena”, fattispecie che in se escluderebbe la correlabilità con l’evento e lascerebbe presupporre una problematica preesistente, comunque non a carattere reattivo”.

Non vi sono, dunque, elementi per affermare che il lavoratore presenti una patologia psichiatrica con caratteri di permanenza, tanto meno di cronicizzazione, e comunque correlabile agli eventi subiti.

Difatti, anche l’Inail non riconosceva postumi permanenti.

Il CTU ha accertato incapacità temporanea nella misura di gg. 15 al 75%, gg. 15 al 50% ed ulteriori gg. 60 al 25%.

Ebbene, Poste Italiane va condannata al risarcimento del danno biologico da invalidità temporanea, secondo le tabelle in uso presso il Tribunale di Roma, a cui va aggiunto il danno morale da liquidare nella misura della metà di quello biologico, tenuto conto delle peculiari vicende, consistenti in tre rapine, di cui il lavoratore è stato vittima.

In conclusione, la Corte d’Appello di Roma accoglie parzialmente l’appello e condanna Poste Italiane al risarcimento del danno biologico da invalidità temporanea per euro 1.355,40, del danno morale per euro 677,70, oltre alle spese di lite per entrambi i gradi di giudizio.

Avv. Emanuela Foligno

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