Lo studio associato può agire in giudizio per riscuotere i crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti in favore del cliente che ha conferito l’incarico

La vicenda ha origine nella proposizione del ricorso per decreto ingiuntivo da parte di uno studio associato per il pagamento dei compensi professionali relativi alle prestazioni rese da alcuni suoi componenti.

L’ingiunto aveva proposto opposizione eccependo preliminarmente la carenza di legittimazione attiva dello studio associato in relazione alla richiesta di pagamento dei corrispettivi e, nel merito, aveva allegato la mancanza di prova quanto allo svolgimento dell’attività nella misura indicata dalla parte opposta nonché la non congruità delle somme richieste.

In primo grado, il Tribunale di Milano accolse l’eccezione, dichiarando il difetto di legittimazione attiva dello studio associato rispetto ai compensi derivanti dalle prestazioni professionali e revocò, pertanto, il decreto opposto.

La Corte d’Appello di Milano ribaltò l’esito del processo, accogliendo integralmente il gravame e, in riforma della sentenza impugnata, confermò il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Milano per la somma di Euro 41.873,45.

Il ricorso per cassazione

Cosicché la vicenda è giunta in Cassazione. Secondo la ricorrente la sentenza impugnata era viziata perché contraria alle regole che disciplinano l’esercizio della prestazione d’opera intellettuale e, in particolare, gli artt. 2222 e 2232 c.c., che fissano il principio dell’inderogabile personalità della prestazione professionale con l’assunzione della responsabilità diretta del professionista nei confronti dell’assistito.

Il professionista sarebbe pertanto, l’unico soggetto legittimato ad agire nei confronti del cliente, e al contrario lo studio associato non potrebbe mai sostituirsi ai singoli associati nei rapporti con la clientela e, quindi, agire per i crediti relativi a prestazioni che, dato il carattere di personalità delle stesse, non potrebbero essere effettuate in maniera impersonale.

Ed invero, nel caso in esame, il mandato era stato conferito non allo studio professionale ma ad un ben determinato professionista, unico titolare del credito in quanto strettamente personale e non trasferibile all’associazione.

Il motivo è stato dichiarato infondato (Corte di Cassazione, Seconda Sezione Civile, ordinanza n. 3850/2020).

È ormai superato l’orientamento secondo il quale l’associazione tra professionisti – nella specie, tra avvocati – non configurandosi come centro autonomo di interessi dotato di propria autonomia strutturale e funzionale, nè come ente collettivo, non assume la titolarità del rapporto con i clienti, in sostituzione ovvero in aggiunta al professionista associato (Sez. 1, Sent. n. 6994 del 2007).

Il Supremo Collegio ha pertanto, inteso dare continuità al seguente principio di diritto: “L’art. 36 c.c.. stabilisce che l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Ne consegue che, ove il giudice del merito accerti tale circostanza, sussiste la legittimazione attiva dello studio professionale associato – cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro d’imputazione di rapporti giuridici – rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, in quanto il fenomeno associativo tra professionisti può non essere univocamente finalizzato alla divisione delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi” (Sez. 1, Sent. n. 15694 del 2011).

La decisione

Da ultimo è stato anche precisato che: “Il rispetto del principio di personalità della prestazione, che connota i rapporti di cui agli artt. 2229 c.c. e segg., ben può contemperarsi con l’autonomia riconosciuta allo studio professionale associato, al quale può essere attribuita la titolarità dei diritti di credito derivanti dallo svolgimento dell’attività professionale (nella specie, attività di difesa e assistenza in un contenzioso tributario) degli associati allo studio, non rientrando il diritto al compenso per l’attività svolta tra quelli per i quali sussiste un divieto assoluto di cessione” (Sez. 2, Ord. n. 17718 del 2019).

Ebbene, nel caso di specie la Corte d’Appello milanese aveva accertato, in base all’atto costitutivo e allo statuto dello studio legale, la sussistenza dei presupposti legittimanti l’associazione, con accertamento immune da vizi e insindacabile in sede di legittimità.

Pertanto il ricorso è stato rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

Avv. Sabrina Caporale

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