Creare chat di gruppo sul servizio di messaggistica Whatsapp è ormai un’abitudine diffusa non solo tra i più giovani. Accade in famiglia, a scuola, tra genitori della classe, tra amici, condomini e perché no anche tra colleghi di lavoro

La vicenda in esame trae origine proprio da una chat Whatsapp denominata “Amici di lavoro” nella quale il ricorrente aveva registrato alcuni vocali, riferiti al superiore gerarchico e ad altri colleghi, con contenuti offensivi, denigratori, minatori e razzisti.

Per tali fatti la società datrice di lavoro aveva licenziato il dipendente all’esito del procedimento disciplinare, ritenendo di essere tenuta, tra l’altro, ai sensi dell’art. 2087 c.c. a tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti oggetto delle espressioni offensive e minacciose del ricorrente.

L’impugnazione del licenziamento

Ebbene, l’attore aveva convenuto dinanzi al Tribunale di Firenze la società datrice di lavoro chiedendo che fosse accertata l’illegittimità del licenziamento e che fosse, pertanto disposta la sua reintegrazione nel posto di lavoro, oltre al pagamento in suo favore di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Il lavoratore non aveva mai contestato di essere l’autore dei messaggi vocali, ma ne aveva dedotto l’irrilevanza disciplinare in quanto essi erano stati registrati in una chat privata e come tali potevano essere conosciuti solo dai partecipanti alla stessa; perciò le comunicazioni ivi contenute erano comprese nell’ambito di tutela dell’art. 15 Cost.

L’invio di messaggi offensivi nelle chat tra colleghi di lavoro

Il Tribunale di Firenze (sentenza del 16 ottobre 2019) ha osservato come di recente giurisprudenza di legittimità (Cass. 10280/2018; Cass. 21965/2018) ha preso in esame la fattispecie di messaggi di contenuto offensivo o diffamatorio diffusi dal dipendente tramite strumenti informatici, distinguendo, in sostanza, tra:

· messaggi diffusi tramite strumenti potenzialmente idonei a raggiungere un numero indeterminato di persone (nella specie, bacheca facebook);

· messaggi inviati tramite strumenti (nella specie, una chat facebook privata) ad accesso limitato, con esclusione della possibilità che le comunicazioni ivi inserite siano conoscibili da soggetto diversi dai partecipanti.

La giurisprudenza di legittimità

Nel primo caso, la Cassazione (Cass. 10280/2018) ha ritenuto la natura diffamatoria (configurante giusta causa di licenziamento ex art. 2119 c.c.) delle affermazioni dispregiative formulate dal lavoratore nei confronti dell’azienda datrice di lavoro, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, posto che il rapporto interpersonale, proprio per il mezzo utilizzato, assume un profilo allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione; nella seconda ipotesi, (Cass. 21965/2018) ha invece escluso la sussistenza di giusta causa, rilevando che l’invio di messaggi riservati ai soli ai partecipanti a una chat è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, ove anche intesa in senso lato, che presuppone la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell’ambiente sociale.

Nel caso in esame, i messaggi del ricorrente erano indirizzati a una chat riservata ai soli partecipanti, e pertanto, secondo i condivisibili principi dettati dalla giurisprudenza sopra richiamata, “essi configurano comunicazioni diffuse in un ambiente ad accesso limitato, con esclusione della possibilità che quanto detto in quella sede potesse essere veicolato all’esterno […] il che porta ad escludere qualsiasi intento o idonea modalità di diffusione denigratoria”.

La decisione

Perciò il Tribunale di Firenze ha affermato che “i messaggi vocali oggetto di causa, pur recanti affermazioni diffamatorie e discriminatorie, non [erano] sussumibili nella fattispecie di frasi ingiuriose, discriminatorie e minacciose indirizzate a superiori o colleghi, la quale, secondo la richiamata giurisprudenza di legittimità, presuppone l’astratta possibilità di divulgazione a un numero indeterminato di persone”.

Non è stata condivisa dunque la tesi prospettata dalla società convenuta, anche perché secondo una recente pronuncia della Cassazione (sentenza n. 21965/2018) i messaggi vocali indirizzati a un gruppo chiuso, e quindi insuscettibili di diffusione all’esterno, sono equiparabili a corrispondenza privata, e non possono configurare atti idonei a comunicare o diffondere all’esterno affermazioni offensive, discriminatorie o minatorie, con conseguente insussistenza di fatto connotato dal carattere di illiceità.

In definitiva il giudice di primo grado ha accolto il ricorso del lavoratore per insussistenza del fatto addebitato e condannato la società convenuta a reintegrarlo nel posto di lavoro, e a pagargli un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto fino al giorno dell’effettiva reintegrazione, nonché a versargli i relativi contributi previdenziali e assistenziali.

Avv. Sabrina Caporale

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