In materia di responsabilità civile, la comparazione del grado di incidenza di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile e una concausa naturale non imputabile

Il titolare di un terreno agricolo aveva citato in giudizio il proprietario del fondo confinante al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti in seguito al danneggiamento delle sue coltivazioni a causa dell’incendio propagatosi dal terreno appartenente a quest’ultimo. All’esito del giudizio di primo grado l’adito giudice di pace accoglieva la domanda dichiarando la responsabilità della parte convenuta in giudizio; la quale proponeva appello dinanzi al Tribunale di Lecce, lamentando l’erroneità della sentenza impugnata in ordine all’accertamento dei fatti e al quantum risarcitorio.

Indiscussa e incontestata l’applicabilità dell’art. 2051 c.c. all’ipotesi sub iudice (Cass. n. 2962/2011), il giudice dell’appello ha ricordato che “in tema di responsabilità civile, la comparazione tra causa umana imputabile e causa naturale è esclusivamente funzionale a stabilire, in seno all’accertamento della causalità materiale, la valenza assorbente dell’una rispetto all’altra, sicché non può operarsi una riduzione proporzionale della responsabilità in ragione della minore gravità dell’apporto causale del danneggiante, in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile” (Cass. n. 30922/2017).

L’accertamento dei fatti

Orbene, l’istruttoria espletata nel giudizio di primo grado aveva consentito di accertare che il fondo del convenuto – dal quale si era propagato l’incendio – fosse talmente incolto e pieno di erbacce da aver ampiamente favorito la propagazione delle fiamme al suo interno fino al terreno vicino.

E, come correttamente rilevato dal giudice di prime cure, in assenza di prova circa il caso fortuito – che spettava alla convenuta allegare e provare – relativamente al fatto che l’incendio si fosse verificato per causa naturale e che tale causa fosse stata “assorbente” nel senso chiarito dalla giurisprudenza di legittimità sopra citata, non poteva che ritenersi quest’ultima responsabile dei danni provocati a causa della sua condotta colposa (non aver ripulito il suo fondo dalle sterpaglie che avevano consentito l’incendio).

Il Tribunale di Lecce (Prima Sezione, sentenza n. 579/2020) ha, inoltre, ritenuto del tutto priva di rilievo la semplice circostanza che l’incendio avesse attraversato un altro fondo confinante prima di attingere quello del danneggiato, accadimento che, lungi dal determinare l’esonero di responsabilità del primo, costituiva “una semplice conseguenza delle concrete condizioni metereologiche (vento di libeccio), posto che, trattandosi di terreni agricoli, è più che prevedibile che vi possano attecchire le fiamme, qualora essi siano coltivati con piante, arbusti, cereali o alberi da frutto, facoltà del tutto legittima da parte del proprietario: ciò, tuttavia, è ben diverso – ha aggiunto il Collegio – dal sostenere che la coltivazione del fondo abbia incidenza causale pari alla cattiva pulizia dei terreni, mediante estirpazione delle erbacce, potatura e via di seguito, costituendo tale condotta un atteggiamento illecito, visto il pericolo di autocombustione o, comunque, di propagazione degli incendi che, secondo l’id quod plerumque accidit, provoca la presenza di sterpaglie secche sui terreni nel periodo primaverile/estivo, da ritenersi, nella specie, eziologicamente ordinato all’evento dannoso lamentato”.

La decisione

In altre parole, la mancata contiguità tra il fondo delle parti contendenti non aveva alcuna rilevanza, alla luce della evidente prova del nesso causale tra condotta (omissiva) colposa della parte convenuta e l’evento lamentato.

Per queste ragioni la sentenza di prime cure è stata confermata.

Avv. Sabrina Caporale

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