Per vendicarsi del rifiuto alle sue avances, l’uomo aveva posto in essere nei confronti di una collega una vera e propria attività di spionaggio e persecuzione, con molestie, minacce e ingiurie tramite il telefono e i social network: la Cassazione ha confermato la condanna a due anni e sei mesi di reclusione

La vicenda

La Corte d’Appello di Milano aveva pronunciato sentenza di condanna a carico di due imputati per concorso nel reato di introduzione abusiva in un sistema informatico protetto da password in uso alla persona offesa, alla quale erano stati sottratti dati personali e fotografie dall’account di sua pertinenza. L’account era stato anche utilizzato per contattare abusivamente conoscenti della persona offesa e rivelare la relazione sentimentale che ella intratteneva con un collega d’ufficio.

La vittima era stata presa di mira da uno dei due imputati il quale voleva vendicarsi del rifiuto alle sue avances e così aveva posto in essere una vera e propria attività di spionaggio e persecuzione fatta di molestie, minacce e ingiurie tramite il telefono e gli strumenti informatici. Per tali fatti l’uomo era stato condannato anche per il delitto di atti persecutori.

Imputati e persona offesa erano tutti colleghi, dipendenti della stessa azienda privata, e il movente era il risentimento di tipo amoroso covato dallo stalker nei confronti della vittima.

La Quinta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 47049/2019)ha confermato la pronuncia di condanna a carico degli imputati. I giudici dell’appello avevano messo in evidenza l’attendibilità della persona offesa e i riscontri alle sue accuse nei confronti del ricorrente.

Dal rifiuto alle avances al reato di atti persecutori tramite strumenti informatici

La Corte di Cassazione ha inteso ribadire che integra l’elemento materiale del reato di atti persecutori “il reiterato invio alla persona offesa di “sms” e di messaggi di posta elettronica o postati sui cosiddetti “social network” (per esempio “Facebook”), nonché la divulgazione con qualsiasi mezzo (e, dunque, anche attraverso la diffusione attraverso il proprio computer per diretta visione proposta e consentita ad altri presenti) di scritti, fotografie o filmati ritraenti la sfera intima e personale della vittima, violando il diritto alla riservatezza di quest’ultima (Sez. 6, n. 32404 del 16/7/2010)”.

Nel caso di specie, non vi erano dubbi dell’esistenza di almeno due eventi del reato citato, costituiti dal mutamento delle abitudini di vita della vittima e dalla evidente capacità delle condotte reiteratamente poste in essere dall’imputato, di ingenerare uno stato d’ansia e di timore nei confronti della persona offesa: chiarissime in tal senso erano state le testimonianze di alcuni colleghi, che avevano riferito di averla vista più volte in un forte stato d’ansia e paura, culminato spesso in pianti copiosi e definendola, addirittura come “terrorizzata”, in alcune occasioni, dal comportamento del suo persecutore.

Il reato di accesso abusivo a sistema informatico protetto da password

Quanto al reato di accesso abusivo a un sistema informatico protetto da password (di cui all’articolo 615-ter c.p.), la Cassazione ha chiarito che integra detto reato “la condotta del dipendente che, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali, impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso (come nel caso in cui egli abbia ricevuto la password personale da una collega d’ufficio per effettuare correzioni di errori sulla profilazione dell’account di costei), acceda o si mantenga nel sistema per ragioni estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita (Sez. 5, n. 565 del 29/11/2018).

Nella stessa scia interpretativa si inscrive la pronuncia della Quinta Sezione Penale della Cassazione n. 2905 del 2/10/2018 che, in una situazione di fatto del tutto analoga a quella quest’oggi in commento, ha affermato che nel reato di accesso abusivo a un sistema informatico o telematico, “non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema protetto siano state comunicate all’autore del reato dallo stesso titolare delle credenziali, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio”.

Per tutte queste ragioni è stata confermata la pronuncia di condanna a carico dei due imputati e rigettato il loro ricorso difensivo.

Avv. Sabrina Caporale

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