Intervento controindicato, chirurgo rischia la condanna

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intervento controindicato

Chiesta una pena di quattro mesi per un medico accusato di omicidio colposo per il decesso di una 37enne morta, secondo l’accusa, per un intervento controindicato di asportazione della milza

Una condanna a quattro mesi di reclusioni e tre assoluzioni. E’ la richiesta avanzata dalla pubblica accusa nei confronti di quattro medici dell’ospedale di Monza – chirurgo generale e secondo chirurgo, chirurgo vascolare e radiologo – finiti a giudizio per il decesso di una 37enne morta nel gennaio del 2016 dopo quello che secondo la Procura sarebbe stato un intervento controindicato di asportazione della milza.

La donna, come ricostruisce il Giorno, era arrivata presso il nosocomio da un’altra struttura brianzola accusando dolori addominali e una diagnosi di aneurisma dell’arteria che va dall’aorta addominale alla milza.

Secondo la Procura, l’operazione venne eseguita correttamente, essendo tuttavia controindicata, tanto che, “a prescindere dalla riuscita o meno”, avrebbe comunque portato la donna al decesso per “l’incremento fatale dell’ipertensione” di cui soffriva.

Come sostenuto dal Pubblico ministero nella sua requisitoria, la 37enne, infatti, era una paziente ad altissimo rischio chirurgico e ad altissimo esito infausto.

Gli imputati si sarebbero consultati sui trattamenti che avrebbero potuto garantire alla paziente più probabilità di sopravvivenza, ritenute scarse o nulle per il rischio di scoppio dell’aneurisma. I medici avrebbero escluso diverse vie di intervento con cui potevano procedere il chirurgo vascolare e il radiologo interventista e sarebbe rimasta l’ipotesi dell’asportazione della milza, che il chirurgo generale ha poi accettato di eseguire.

L’unica alternativa poi emersa sarebbe stata quella di un intervento attendista di embolizzazione dell’arteria della paziente, da tenere poi sotto osservazione, nella consapevolezza che però la donna sarebbe potuta morire da un momento all’altro per lo scoppio dell’aneurisma.

Da li la richiesta di condanna del chirurgo generale, mentre secondo l’accusa gli altri camici bianchi vanno assolti perché – come riporta il Giorno – “si sono rifiutati di procedere con le rispettive tecniche e si sono fidati del collega chirurgo generale, che però non ha tenuto conto dell’ipertensione portale della paziente, un errore che non avrebbe commesso uno specialista in questa patologia, peraltro così rara che non esistono precedenti di questo genere e comunque qualunque intervento non avrebbe avuto successo”. Per il secondo chirurgo, invece, il Pm ha chiesto l’assoluzione perché “non è stato coinvolto nella decisione ma si è trovato ad assistere il collega nell’intervento”.

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