Accolto il ricorso dell’Inps contro la decisione dei Giudici del merito di riconoscere la pensione di reversibilità alla figlia di una pensionata

In caso di morte del pensionato, il figlio superstite ha diritto alla pensione di reversibilità, ove maggiorenne, se riconosciuto inabile al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di questi. Lo ha ribadito la Cassazione nell’ordinanza n. 3408/2021 pronunciandosi sul ricorso presentato dall’Inps contro la decisione della Corte di appello che, in riforma della sentenza di primo grado, riconosceva alla figlia maggiorenne ed inabile al lavoro di una pensionata Inps deceduta, il diritto a godere della pensione di reversibilità.

Il Collegio territoriale, in particolare, disattendendo le consulenze tecniche che avevano negato la sussistenza del requisito sanitario, aveva affermato che l’aggravamento delle crisi psichiche dedotto dall’appellante fosse stato generato dal lutto subito, e aveva perciò riconosciuto la ricorrenza del diritto al beneficio di reversibilità, avendo accertato l’incapacità in concreto della cittadina di applicarsi a un lavoro proficuo sotto il profilo economico, in relazione alle patologie rilevate all’epoca del decesso della madre.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, l’Inps si doleva del riconoscimento del diritto a percepire la pensione di reversibilità in assenza di un accertamento della sussistenza del requisito della vivenza della figlia a carico della pensionata, al momento del decesso di quest’ultima. Inoltre, contestava alla Corte territoriale l’aver omesso di esaminare l’appello incidentale condizionato, proposto dall’istituto per contestare la decisione di prime cure, la quale aveva sostenuto che il requisito della “vivenza a carico” non fosse in discussione, nonostante la controparte non avesse fornito la prova del mantenimento della figlia maggiorenne e inabile da parte della madre, in seguito deceduta.

I Giudici Ermellini hanno ritenuto le doglianze meritevoli di accoglimento.

Nello specifico, in relazione al requisito della “vivenza a carico”, dal Palazzaccio hanno evidenziato come la giurisprudenza di legittimità abbia precisato come esso vada considerato con particolare rigore, ed abbia altresì indicato le direttrici dell’accertamento, rimesso al giudice del merito, il cui giudizio va adeguatamente motivato.

“Seppure il requisito della vivenza a carico non si identifica indissolubilmente con lo stato di convivenza né con una situazione di totale soggezione finanziaria del soggetto inabile, esso deve comunque essere provato dal soggetto che chiede il riconoscimento del diritto all’emolumento, il quale dovrà dimostrare in giudizio che il genitore provvedeva, in via continuativa e in misura quanto meno prevalente, al mantenimento del figlio inabile”.

Nel caso in esame l’Inps aveva contestato specificamente come l’aspetto del possesso del requisito della vivenza a carico al momento della morte della genitrice assicurata fosse rimasto irrisolto nella sentenza d’appello; tale censura andava condivisa, atteso che, l’accertamento di fatto rimesso al giudice di merito è incensurabile in sede di legittimità soltanto qualora adeguatamente motivato, là dove, nel caso in esame, la Corte territoriale aveva inteso arbitrariamente limitare il thema decidendum alla verifica dell’esistenza del requisito sanitario, omettendo del tutto la valutazione circa il profilo della vivenza a carico della donna all’epoca del decesso della madre, così violando la normativa in materia.

La redazione giuridica

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Rendita ai superstiti e requisito della vivenza a carico

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui