La sostituzione valvolare mitralica e le omissioni intraoperatorie dei sanitari hanno causato il decesso del paziente (Tribunale di Novara, Sentenza n. 714/2021 del  06/12/2021)

I familiari del paziente deceduto citano a giudizio l’Azienda Ospedaliera per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti in conseguenza del decesso in seguito ad un intervento chirurgico di sostituzione valvolare mitralica con protesi biologica praticato presso la struttura convenuta.

La domanda è parzialmente fondata.

Dalla CTU emergono profili di censurabilità della condotta tenuta dai sanitari :

–          omessa adozione intraoperatoria di unottica, fattore che potrebbe aver concorso nel determinismo del residuare di leak paravalvolare;

–          omessa esecuzione di un controllo ecocardiografico intraoperatorio, fattore che ha privato la paziente della possibilità di beneficiare di un immediato tentativo di correzione del leak;

–          insufficiente monitoraggio strumentale -laboratoristico postoperatorio;

–          conseguente tardiva formulazione dell’indicazione di correzione percutanea del leak.

L’elaborato conclude nel senso della rilevanza causale di dette condotte nel determinare la morte del paziente, avvenuta per scompenso cardiaco refrattario e sepsi.

Risultano integrati i presupposti per ascrivere alla struttura ospedaliera la responsabilità dell’accaduto.

Viene ricordato che il rapporto che si instaura tra paziente ed ospedale ha natura contrattuale e la responsabilità di quest’ultimo nei confronti del paziente può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento della prestazione medico -professionale svolta dal sanitario, quale suo ausiliario necessario , pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e l’organizzazione aziendale.

Nell’operato dei sanitari dell’Azienda convenuta è ravvisabile un inesatto adempimento delle prestazioni necessarie ad evitare il decesso del paziente, con conseguente responsabilità per violazione del dovere di diligenza ex art. 1176 c.c. , di cui risponde la struttura ospedaliera ai sensi dell’art. 1228 c.c.

Tali considerazioni giuridiche sono idonee a fondare la responsabilità della convenuta in ordine ai danni richiesti iure haereditatis dagli attori.

Quanto al danno derivante dalla perdita del rapporto parentale, richiesto iure proprio, viene applicato l’art. 2043 c.c., dal momento che il rapporto contrattuale intercorre unicamente con il paziente, ed i parenti non rientrano nella categoria dei c.d. terzi protetti dal contratto, potendo postularsi l’efficacia protettiva verso terzi del contratto concluso tra il nosocomio ed il paziente esclusivamente ove l’interesse, del quale tali terzi siano portatori, risulti anch’esso strettamente connesso a quello già regolato sul piano della programmazione negoziale.

Pacifica la responsabilità, vengono passate al vaglio le domande risarcitorie.

Gli attori hanno chiesto risarcirsi il danno da perdita del rapporto parentale, per aver patito la privazione di un congiunto.

Quanto al marito ed alle figlie, viene osservato che, trattandosi di soggetti appartenenti alla famiglia nucleare, non è necessaria una puntuale e dettagliata descrizione e prova dello sconvolgimento patito, dal momento che tra detti stretti congiunti deve presumersi sussistente un intenso vincolo affettivo ed un progetto di vita comune.

Dunque, in assenza di prova circa il concreto svolgimento della vita matrimoniale, viene liquidato al marito il pregiudizio da perdita del rapporto parentale in misura prossima ai minimi tabellari e cioè in euro 170.000,00.

Quanto alla liquidazione in favore delle figlie, la misura viene stabilita in euro 50.000,00 ciascuna.

La domanda di risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale spiegata dai nipoti viene, invece, rigettata.

I nipoti non appartengono alla famiglia nucleare e dunque, sarebbe stato loro onere provare la sussistenza di un vincolo affettivo con la defunta, tale da aver determinato negli stessi una sofferenza interiore a seguito della perdita del rapporto parentale.

In ordine alla richiesta di risarcimento, iure haereditario, del danno biologico terminale e/o catastrofale, il decesso del paziente è avvenuto circa quattro mesi dopo l’intervento chirurgico praticato e, cioè, dopo un lasso di tempo tale da potersi ragionevolmente ritenere che vi sia stata un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, valutabile in termini di invalidità temporanea assoluta e distinguibile dall’evento letale.

Non è, invece, stata adeguatamente provata la sussistenza del danno morale terminale o catastrofale, definito in giurisprudenza come “la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia, risarcibile iure hereditatis unicamente allorché la vittima sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente” e allorché “gli eredi diano prova che il congiunto abbia avuto coscienza dell’ineluttabilità della propria fine”.

Riconosciuto, infine, l’esborso sostenuto per le spese funerarie.

Avv. Emanuela Foligno

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