Accolto il ricorso dei congiunti di un paziente deceduto a causa di trattamenti inadeguati, che si erano visti dimezzare il risarcimento in sede di appello perché la Corte aveva ritenuto che il nesso di causa tra la condotta omissiva del medico convenuto e l’evento dannoso potesse ritenersi accertato con una probabilità pari al 50%

“In materia di perdita di ‘chance’, l’attività del giudice deve tenere distinta la dimensione della causalità da quella dell’evento di danno e deve altresì adeguatamente valutare il grado di incertezza dell’una e dell’altra, muovendo dalla previa e necessaria indagine sul nesso causale tra la condotta e l’evento, secondo il criterio civilistico del ‘più probabile che non’, e procedendo, poi, all’identificazione dell’evento di danno, la cui riconducibilità al concetto di ‘chance’ postula una incertezza del risultato sperato, e non già il mancato risultato stesso, in presenza del quale non è lecito discorrere di una ‘chance’ perduta, ma di un altro e diverso danno; ne consegue che, provato il nesso causale rispetto ad un evento di danno accertato nella sua esistenza e nelle sue conseguenze dannose risarcibili, il risarcimento di quel danno sarà dovuto integralmente”. E’ il principio ribadito dalla Suprema Corte nell’ordinanza n. 12906/2020. La Cassazione, nello specifico, si è pronunciata sul ricorso presentato dai congiunti di un uomo deceduto in seguito a trattamenti inadeguati, che avevano agito in giudizio nei confronti di Asl e medico per ottenere il risarcimento dei danni subiti.

In primo grado, il Tribunale aveva accolto  le domande attoree liquidando in favore degli attori un cifra complessiva pari a poco più di 700mila euro, a titolo di danno non patrimoniale; ma gli importi erano stati poi dimezzati in sede di appello. Il Collegio territoriale aveva infatti ritenuto che il nesso di causa tra la condotta omissiva del medico convenuto e l’evento dannoso poteva ritenersi accertato con una probabilità pari al 50%, in quanto dalla consulenza tecnica di ufficio svolta era emerso che, se fossero stati tempestivamente posti in essere i trattamenti sanitari adeguati alla patologia del paziente, omessi per la colposa condotta del medico in sede di diagnosi, il paziente avrebbe avuto, complessivamente (valutando le varie possibilità terapeutiche) una probabilità (ovvero “chance”) di sopravvivenza pari al 50%.

Per i Giudici Ermellini, tale decisione risultava in palese contrasto con l’orientamento della giurisprudenza di legittimità.

In particolare – rilevano dal Palazzaccio – nella decisione impugnata venivano erroneamente sovrapposti i distinti piani dell’accertamento del nesso causale tra la condotta colposa omissiva del medico e l’evento dannoso (cd. “danno evento”, nella specie coincidente con la morte del paziente, avvenuta a poche ore di distanza dall’errore diagnostico imputato al medico) e dell’accertamento e valutazione del danno in concreto subito dagli attori (cd. “danno conseguenza”, nella specie consistente — oltre che nel pregiudizio patrimoniale — nella perdita del rapporto parentale con la vittima, concretamente verificatosi con conseguente esclusione, in radice, che potesse venire in rilievo, in alcun modo, la nozione e la valutazione del cd. “danno da perdita di chance”, essendo in realtà ormai in discussione nel giudizio, in concreto, esclusivamente la questione del nesso causale tra condotta colposa ed evento dannoso).

La corte di appello aveva operato in modo non conforme ai principi di diritto applicabili alla fattispecie, sia con riguardo all’accertamento del rapporto di causalità tra la condotta colposa del convenuto (i trattamenti inadeguati) e l’evento dannoso, cioè la morte del paziente (da effettuare sulla base del principio civilistico del “più probabile che non”, verificando se la diligente condotta colposamente omessa dal medico avrebbe, con ragionevole probabilità — superiore alla probabilità dell’evento contrario — determinato la sopravvivenza dell’uomo e quindi evitato il suo decesso), sia con riguardo alla liquidazione del conseguente danno, dovuto in caso di positivo accertamento della sussistenza del nesso di causa tra condotta colposa del convenuto ed evento, in mancanza di condotte del danneggiato rilevanti, ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., come causa concorrente dello stesso evento di danno, e non dovuto in caso contrario.

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