La consulenza disposta dalla Procura evidenzia a carico del medico che visitò la ragazza, morta poche ore dopo a causa di una acuta insufficienza cardio-respiratoria, elementi di condotta integranti profili di colpa; impossibile, tuttavia, stabilire se, con una diversa gestione della paziente, la tragedia potesse essere evitata

Depositata a Viterbo la relazione dei consulenti incaricati dalla Procura di svolgere gli accertamenti peritali sul decesso di una sedicenne morta lo scorso febbraio  a causa – secondo quanto emerso dall’autopsia – di un’acuta insufficienza cardio-respiratoria.

Sul caso è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo. Nel registro degli indagati è finito il nome del medico che poche ore prima aveva visitato la ragazza nel Pronto soccorso del nosocomio del capoluogo di provincia laziale, dove la giovane si era recata accusando difficoltà respiratorie.

Il camice bianco aveva ravvisato uno ”stato d’ansia reattivo” somministrando alla paziente delle gocce calmanti per poi dimetterla con ”la sola prescrizione di una visita specialistica da parte della neuropsichiatra infantile”, fissata per i giorni successivi.

Secondo l’ipotesi accusatoria la visita effettuata dal professionista sarebbe stata “poco accurata”.

”L’anamnesi – scrivono i periti – risulta essere stata effettuata in maniera poco approfondita, non consentendo il riconoscimento e la puntuale segnalazione di eventuali patologie mediche e chirurgiche pregresse”.

Gli esperti hanno inoltre sottolineato come la sintomatologia respiratoria, che aveva reso necessario il trasporto in ospedale, non sarebbe stata indagata in maniera adeguata. ”Non risultano – affermano – approfondimenti clinici, di laboratorio o strumentali, volti ad indagare la genesi della sintomatologia respiratoria”.

Il sanitario non avrebbe poi “analizzato accuratamente il riscontro di un valore di frequenza cardiaca pari a 118 battiti al minuto (indicativo di tachicardia) che avrebbe dovuto essere indagato almeno con l’elettrocardiogramma”.

Tuttavia, ”pur ravvisandosi elementi di condotta non conformi alla buona prassi, non volti alla comune diligenza medica e come tali censurabili in quanto integranti profili di colpa” i consulenti ritengono che “non sia possibile rigorosamente stabilire che anche una diversa, più approfondita e accurata gestione medica, avrebbe potuto far giungere i sanitari ad una diagnosi foriera di abbattimento o annullamento del rischio letifero”. In altri termini, per gli esperti non è possibile stabilire con certezza se la tragedia potesse essere evitata.

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