Le sigle rappresentative della medicina generale condividono la contrarietà all’inserimento negli organici degli ospedali di camici bianchi non specializzati

Oltre alla Federazione dei medici, agli Ordini provinciali del Veneto e alle associazioni rappresentative dei medici ospedalieri, anche i sindacati della medicina generale si uniscono al coro di no contro la decisione della Regione Veneto di far fronte alla carenza di organici negli ospedali regionali attraverso il reclutamento di 500 camici bianchi non specializzati.

Nei giorni scorsi, in una lettera congiunta, FIMMG, SMI, SNAMI e Intesa Sindacale, per voce dei rispettivi Segretari regionali si sono dichiarati “a fianco della FNOMCeO” contro lo “svilimento della Professione medica e della sua autorevolezza”.

“L’emergenza medici – denunciavano – è il capitolo finale di una storia ben conosciuta e fino a poco tempo fa totalmente ignorata se non negata. Essere giunti a questo punto non giustifica il mettere in discussione, senza le necessarie competenze accademiche, i percorsi formativi di coloro che hanno e avranno in mano la vita e il benessere dei cittadini. Sostenere che la sola formazione sul campo in tempi ridotti sia sufficiente per le attività richieste a un medico dell`emergenza urgenza è un pericolosissimo ritorno al passato e alle sue statistiche di aspettativa di vita”.

Ma la questione travalica i confini regionali.

Il Sindacato nazionale CIMO ha paventato “un’anarchia nelle corsie e un allarme per la sicurezza dei pazienti”, a causa delle “soluzioni affrettate, opportunistiche e prive di certezza giuridica” escogitate in questi mesi da Asl e Regioni per far fronte alla carenza di specialisti.

“Vediamo chiaramente il rischio che, dietro al paravento dell’autonomia differenziata, si tenti di “far saltare il banco” delle regole fondamentali sulla tutela del lavoro condivise a livello nazionale e del livello di professionalità medica che dobbiamo garantire ai pazienti in ogni angolo del Paese – spiega il Presidente nazionale CIMO, Guido Quici – È in gioco la sicurezza delle cure. Non basta mettere un medico non ancora formato o che non ha completato il proprio percorso, in un pronto soccorso o in un reparto specialistico e credere di aver risolto il “vuoto” lasciato da tempo in organico. O colmare le carenze con incarichi di tipo libero-professionale a medici esterni con partita iva, non dipendenti del SSN (Policlinico di Bari); o richiamare ex primari ultrasettantenni (Mazara del Vallo); o reclutare 500 neolaureati, non specialisti, per coprire posti in organico nelle svariate branche attraverso l’avvio di un percorso formativo di 92 ore d’aula e un’attività di tirocinio pratico con tutoraggio di soli 2 mesi (Veneto)”.

“È chiaro – aggiunge Quici – che si tratta di soluzioni che certificano il fallimento della politica sanitaria di questi anni e tutte le varie iniziative assunte in questi mesi nella sanità sono nell’ottica di un’autonomia differenziata che da regionale rischia di prendere una deriva estrema di “autonomia aziendale”, in cui ogni azienda del SSN definisce regole proprie per reclutare e gestire il personale. In questo vediamo un’evidente incognita per la qualità dell’assistenza ai cittadini ma anche per lo stesso medico che, senza certezze per il proprio futuro, è particolarmente esposto a possibili contenziosi di natura medico-legale”.

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