Accolto il ricorso della cliente di un legale contro l’ingiunzione al pagamento dei compensi professionali per le attività di difesa svolte a suo favore

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 14005/2020 ha ritenuto di accogliere il ricorso presentato dalla cliente di un avvocato contro l’ingiunzione del legale a versargli oltre 20 mila euro, a titolo di compensi per le attività di difesa svolte in suo  favore in tre controversie di lavoro, in un procedimento per accertamento tecnico preventivo, per consulenza stragiudiziale, per l’opposizione ad un provvedimento di archiviazione e per tre contestazioni disciplinari. In sede di merito, i Giudici avevano ritenuto che l’opposizione fosse “sostanzialmente infondata”, sostenendo che vi fosse prova dello svolgimento di tutta l’attività difensiva elencata nella nota asseverata dal Consiglio dell’ordine.

Nel ricorrere per cassazione la cliente deduceva, tra gli altri motivi, l’omessa e contraddittoria motivazione e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, per aver il tribunale recepito acriticamente il contenuto del parere del Consiglio dell’ordine dopo aver dichiarato che la parcella asseverata non era vincolante, così incorrendo in un’insuperabile contraddizione.

I Giudici Ermellini ha ritenuto fondato il motivo del ricorso.

La ricorrente, nel proporre l’opposizione ex art. 645 c.p.c., aveva sollevato, infatti, una pluralità di contestazioni involgenti non solo – e non tanto – l’effettivo svolgimento delle attività elencate nella parcella, quanto il valore delle singole controversie, l’esito sfavorevole delle attività svolte, la duplicazione dei compensi per la consulenza stragiudiziale e la successiva attività giudiziale, l’applicazione, in taluni casi, dei massimi tabellari, la possibilità di considerare come giudiziale l’attività relativa alle fase stragiudiziale, l’impossibilità di condannare la parte, ammessa al gratuito patrocinio, per la difesa svolta in sede penale, la congruità delle spese per il parere di congruità reso dal Consiglio dell’ordine.

A fronte di tali articolate deduzioni difensive, riguardanti – in modo specifico – la congruità e la spettanza dei corrispettivi richiesti per le singole attività indicate nella nota, il giudice di merito aveva riconosciuto all’avvocato l’importo richiesto sulla base di argomentazioni “sostanzialmente apodittiche, sganciate da qualsivoglia (specifico) riferimento alle risultanze processuali e alle argomentazioni difensive dell’opponente”, essendosi limitato ad affermare testualmente che “il resistente ha documentato tutta l’attività al punto che sono agevolmente riscontrabili le prestazioni rispetto alle quali il Consiglio dell’ordine ha espresso il parere di congruità, tenendo conto dei parametri forensi applicabili per ciascuna posizione, delle fasi processuali per cui è stata espletata l’assistenza legale, tenuto conto delle caratteristiche e del pregio dell’attività prestata, della natura del procedimento, dei documenti da esaminare, della continuità dell’impegno e dell’esito ottenuto”.

La decisione, per la Suprema Corte,  appariva, dunque, fondata su una motivazione apparente, inidonea a dar conto delle statuizioni assunte e del tutto elusive rispetto alle argomentazioni difensive sollevate con l’atto di opposizione.

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