Respinto il ricorso di un uomo condannato per ricettazione, che invocava l’errata qualificazione giuridica del fatto

“Ai fini della configurabilità del delitto di ricettazione è necessaria la consapevolezza della provenienza illecita del bene ricevuto, senza che sia peraltro indispensabile che tale consapevolezza si estenda alla precisa e completa conoscenza delle circostanze di tempo, di modo e di luogo del reato presupposto, potendo anche essere desunta da prove indirette, allorché siano tali da generare in qualsiasi persona di media levatura intellettuale, e secondo la comune esperienza, la certezza della provenienza illecita di quanto ricevuto”.

Lo ha ribadito la Cassazione nell’ordinanza n. 20831/2020 pronunciandosi sul ricorso di un uomo condannato a sei mesi di reclusione ed 200 euro di multa per il reato di cui all’art. 648 del codice penale. L’imputato, nello specifico, contestava la qualificazione giuridica del fatto ritenendo che dovesse essere inquadrato nell’ipotesi dell’incauto acquisto di cui all’art. 712 cod. pen.

Gli Ermellini, conformandosi alla giurisprudenza di legittimità, hanno chiarito che la conoscenza della provenienza delittuosa della cosa può desumersi da qualsiasi elemento, anche indiretto, e quindi anche dal comportamento dell’imputato che dimostri la consapevolezza della provenienza illecita della cosa ricettata, ovvero dalla mancata – o non attendibile – indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede.

Nella sentenza impugnata l’assenza di plausibili spiegazioni in ordine alla legittima acquisizione del ciclomotore si poneva come coerente e necessaria conseguenza di un acquisto illecito.

Del resto – rilevano dal Palazzaccio – “l’elemento psicologico della ricettazione può essere integrato anche dal dolo eventuale, che è configurabile in presenza della rappresentazione da parte dell’agente della concreta possibilità della provenienza della cosa da delitto e della relativa accettazione del rischio, non potendosi desumere da semplici motivi di sospetto, né potendo consistere in un mero sospetto”.

La Corte territoriale, pertanto, aveva dato atto, con argomentazioni prive di contraddittorietà logiche e conformi alle risultanze processuali, che la qualificazione giuridica operata dal giudice di primo grado era corretta, sussistendo l’elemento materiale e quello psicologico del delitto di ricettazione. Da li il rigetto del ricorso.

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