I professionisti, tre ginecologi e un anestesista, sono accusati di omicidio colposo nell’ambito dell’inchiesta sul decesso di una donna di 39 anni, morta dopo un cesareo programmato nel 2017

Il Giudice per le udienze preliminari di Cagliari ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio avanzate dalla Procura nei confronti di tre ginecologi e un anestesista in servizio nell’aprile del 2017 all’ospedale CTO di Iglesias. I quattro professionisti sono accusati di omicidio colposo in relazione al decesso di una 39enne, morta dopo un cesareo programmato con il quale aveva dato alla luce due gemellini.

Come riporta L’Unione Sarda, una volta concluso l’intervento qualcosa era andato storto. La donna, che aveva dovuto subire delle trasfusioni, era stata prima trasferita in Rianimazione, quindi era stata portata al Brotzu di Cagliari dove, a distanza di 48 ore, il suo cuore aveva cessato di battere. Fatale, secondo quanto accertato dall’autopsia, sarebbe stata una emorragia cerebrale.

La tragedia aveva portato all’apertura di un’inchiesta da parte della magistratura e anche l’allora Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, aveva inviato i propri ispettori in Sardegna per fare luce sull’accaduto.

Gli accertamenti peritali – riferisce ancora l’Unione Sarda – avevano evidenziato che la donna sarebbe stata una paziente a rischio di sviluppare la “Sindrome di Hellp”, una condizione frequente nelle gravidanze gemellari e che causa problemi epatici, distruzione dei globuli rossi nonché riduzione delle piastrine.

Inoltre, gli esperti incaricati dal Pubblico ministero titolare del fascicolo avevano sollevato dubbi sulla tempestività del trasferimento nel reparto intensiva che, a loro avviso, avrebbe inciso sulla possibilità di trattare in modo adeguato le complicazioni che avevano colpito la donna.

Gli imputati dovranno comparire il 16 giugno davanti al Tribunale monocratico del capoluogo sardo per l’avvio del dibattimento. I familiari della 39enne si sono costituiti parte civile, mentre i difensori dei quattro sanitari sostengono la correttezza dei protocolli adottati e l’impossibilità di salvare la vita alla donna.

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